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Corpo di Donna | Stampa |

immaginidipubblicousomourgefile.comPare un fatto talmente ovvio che si nasca dal corpo di una donna. Eppure non lo è se pensiamo che su questo “grado zero” della procreazione sono tracciate le coordinate in base a cui la nostra società modella femminilità e maschilità.

Intervento di Eleonora Cirant,
dell'Unione Femminile Nazionale
e autrice di un libro sul tema di prossima uscita, nell'incontro organizzato dall'associazione "Le Rosse di Eva" ad Assago (8 aprile 2005)

Femminile è il soggetto che sceglie, perché  femminile è il corpo gravido, femminile è l’individuo che vive la condizione di essere due in una.
Donne e uomini occupano spazi di responsabilità solo in parte coincidenti. Avviene nella simbiosi con l’utero materno il processo di formazione che “prende avvio” dalla fusione del seme maschile con quello femminile e “si conclude” con la nascita, cioè l’uscita dal corpo materno di un individuo in grado di respirare e nutrirsi “autonomamente”.
La maternità (la genitorialità) è una realtà relazionale e asimmetrica. Di questa evidenza, i legislatori che hanno prodotto la legge 40 non hanno tenuto conto, ponendo sullo stesso piano tutti i “soggetti coinvolti”.

E’ bene soffermarci sul concetto di ‘processo’ e di ‘autonomia’, perché centrali nel dibattito che si sta sviluppando intorno ai referendum, ridotto di fatto all’annosa questione se l’embrione sia o meno persona. I difensori della legge 40 sostengono che l’embrione sia titolare di diritti e sostengono che deve esserlo in quanto “persona umana”. Motivano questa affermazione con un fatto evidente, che nessuna persona di buon senso potrebbe negare. Si dice cioè che unico è il processo, un continuum appunto, per il quale avviene il passaggio dalla fusione dei gameti, all’oocita, all’embrione, al feto, al bambino che nasce, al neonato, al bambino o bambina che va all’asilo, al ragazzino, all’uomo o alla donna, fin quando si raggiunge la vecchiaia e, infine, la morte. Come vedremo nel capitolo che descrive il processo della fecondazione, ootide, feto, embrione, sono solo nomi che diamo a diverse fasi.
Potremmo dire che è un continuum anche quel che avviene tra il prima e il dopo nella fusione dei gameti. E’ solo indicativo il momento preciso in cui da due molecole di DNA ­­­– quella del gamete femminile e quella del gamete maschile – se ne forma una sola: il DNA del nuovo individuo. Anche dopo che questa molecola si è formata, gli eventi del suo sviluppo sono determinati da informazioni contenute nel gamete femminile precedenti alla sua formazione. Il momento esatto dell’individuazione non esiste.
Che dire della morte? Da quando la tecnologia permette di mantenere attive le funzioni di un organismo in coma, è questione spinosa il definire che cosa è la morte, in quale momento la vita si ferma,. E’ arbitraria la decisione relativa al momento di “staccare la spina” della macchina che fa pulsare il cuore di una persona in coma (magari da anni), in quanto arbitrari sono i criteri per stabilire lo stato di morte.

La prima osservazione, dunque, è che tutto ciò che conosciamo è un processo, non solo la realtà cui oggi diamo il nome di embrione.

La seconda osservazione riguarda l’autonomia. Chi sostiene che sia corretto parlare di embrione nei termini di “una persona umana” porta come spiegazione il fatto che in esso è già presente il DNA, il patrimonio genetico che ne determinerà lo sviluppo. L’embrione è considerato persona sulla base di due elementi:
necessità del suo programma genetico >> continuità
autonomia dal corpo materno.
A questi si obietta: un embrione, anche se la fecondazione avviene in vitro piuttosto che nell’utero, fuori dall’utero non può sopravvivere. Muore. A questa obiezione, i militanti della causa dell’embrione argomentano: anche dopo nato, anche fuori dal grembo materno il neonato non potrebbe vivere senza cure.

Chiediamoci allora se un individuo umano sia mai del tutto autonomo. Gli eremiti sono già un’eccezione che conferma la regola secondo cui quotidianamente la nostra vita dipende da quella altrui. Tuttavia, anche gli eremiti dipendono dalla terra per avere alimenti e calore. Si usa dire, per l’appunto, madre terra. Dunque, anche questo argomento è ovvio. L’autonomia assoluta non esiste, esistono solo gradi diversi di dipendenza e di distanza. Anche nell’ipotesi in cui diventasse abituale il ricorso all’utero artificiale - e ce ne sono le premesse - “qualcuno” dovrebbe pur prendersi cura di ricreare le condizioni per cui l’organismo dentro la macchina può svilupparsi. Forse sarebbe (utopia!) finalmente assunto nella sua importanza l’elemento del “prendersi cura”, che oggi ha invece tanto poco valore sociale, come dimostra la mancanza di supporto alla scelta di chi - donne, perlopiù - sospende il lavoro per curare bambini e anziani; come dimostrano le condizioni di vita e di lavoro delle donne straniere che si prendono cura dei bambini e degli anziani quando le italiane non possono o non vogliono farlo. Nel nostro Paese la vita è tanto celebrata in astratto, quanto è avvilita nel suo darsi e farsi concreto. Ma andiamo avanti.

Siamo d’accordo, dunque: la vita umana è un continuum ed è sempre in relazione di dipendenza. Quel che divide e su cui risulta improbabile trovare una mediazione con chi sostiene questa legge è il passaggio dal riconoscere continuità e dipendenza al sostenere che l’embrione sia titolare di diritti. Questo vale sia per la PMA che per l’IVG (l’aborto). Quel che divide è una differenza di sguardo, di pensiero, di visione del mondo.

Quel che non è scontato, quel che è o non è, o esiste o non esiste, non è il processo in sé, ma la disposizione ad accoglierlo, a nutrirlo, a farlo procedere. E’ questo elemento ciò su cui ci si divide e su cui non è possibile alcuna mediazione con chi ha meditato, scritto e sostenuto la legge 40. Su questa presa d’atto ci si divide. Su questa sfera, cioè l’intenzione e la disposizione, crediamo che la coercizione non abbia alcun potere (uso il ‘noi’ perché la mia è solo una delle ultime voci di un coro vario e consistente, pur se inascoltato). Anzi, storia ed esperienza dimostrano che in questo campo la coercizione produce solo danni (pensiamo solo ai milioni di donne morte sotto i ferri delle mammane nel corso di aborti clandestini).

Per me che andrò a votare ‘sì’ al referendum, non solo è scontata l’esistenza di un processo vitale, ma anche il suo valore inestimabile, la necessità della sua tutela, lo stupore per il suo mistero, il desiderio del suo sviluppo in condizioni ottimali.

Nella propaganda dei sostenitori della legge 40 pare che chi voterà ‘sì’ al referendum consideri gli embrioni “animali da laboratorio” - parole usate da un direttore di giornale noto anche al grande pubblico televisivo - e guardi favorevolmente a chissà quali mostri che la tecnologia renderebbe possibile, tipo cloni umani con cui creare eserciti da guerra. Sono indignata da queste insinuazioni e nego che corrispondano al vero. Sono anche più rispettosa della vita umana in quanto non la considero nell’astrazione di un processo che deve compiersi, ma nella concretezza in cui le è dato di svilupparsi.

Proprio perché rispetto la vita umana chiedo che la ricerca sia condotta nella trasparenza, che le parti del corpo - che si tratti di cornea, fegato, gameti, embrioni, DNA - non siano soggetti a scambi economici né a brevetto (sissignori, in Europa si può brevettare di tutto, compreso il DNA).

Chiedo che non si faccia speculazione sulle cellule staminali, dunque che si ponga fine al teatrino del “meglio le staminali adulte o le embrionali?”

Che si dia un’informazione corretta alle persone sulle scoperte scientifiche e di non gettare polverina dorata negli occhi del pubblico decantando quello che la scienza potrebbe scoprire.

Che si inizi dalle scuole elementari ad educare ad una visione non dualistica e utilitaristica del mondo, insegnando che la vita nostra dipende dalla vita del tutto di cui siamo parte.

Che chi accede alla fecondazione assistita sia attentamente informata/o di potenzialità e  rischi e non considerata una cliente a cui vendere un servizio - nei casi migliori - o cui spillare denaro - nei casi peggiori.

Dunque, anche per noi è scontato che la vita sia un processo da tutelare. Che novità! La parte femminile dell’umanità da sempre sforna figli che poi diventano carne da macello nelle guerre decise da chi ha sempre avuto il potere di farle, cioè la parte maschile dell’umanità stessa.

Chi sostiene la legge 40 dice che bisogna salvaguardare la vita dalle leggi di mercato.
Lo diciamo anche noi che siamo contro la legge 40. Non ci pare che vietare l’accesso alle tecniche di procreazione assistita sia il modo migliore per farlo. Ci sono altri modi, ma il legislatore ipocritamente li ignora.

Prendiamo il caso delle cellule staminali embrionali. Esse si ottengono dall’embrione nei suoi primi stadi, prima del 14° giorno, momento in cui inizia a formarsi il sistema nervoso. Per ottenerle, bisogna distruggere l’embrione. In Italia questo è vietato. La ricerca sulle staminali embrionali non è vietata per legge, ma di fatto è impedita o rallentata dal divieto di manipolazione di embrioni, però attenzione. Le cellule staminali embrionali si comprano dall’Australia!

Bisogna sapere che intorno alle cellule staminali embrionali c’è mercato, giro di denaro, interessi commerciali. In Italia, a differenza che negli altri Paesi, gli scienziati si schierano, parteggiando. Meglio la ricerca sulle embrionali o sulle adulte? Intorno a questo quesito ci sono interessi economici.

Il gioco sta nello schierarsi ‘contro’ adducendo motivazioni etiche (rispettabilissime, purché sia rispettata l’etica di tutti) senza mai accennare in nome di quali basi scientifiche ci si contrappone (semplicemente perché, al momento, non esistono). Lo schema di discussione più ricorrente, negativo per la ricerca e per la crescita della capacita’ critica sociale, consiste nel dividere la ricerca sulle staminali in due fazioni: quella delle staminali adulte - etica, garantista e “sempre più promettente” (come cita - su quali basi? - un documento datato 11 aprile 2003 della Commissione Nazionale di Bioetica) - e quella delle staminali embrionali – definita inutile quanto “immorale” spesso da chi non può vantare alcuna esperienza al riguardo e nonostante ricerche, sia sulle adulte che sulle embrionali, ancora premature” (Cattaneo, “Sistema Università”, 2004).

Vediamo quali sono i progetti recentemente finanziati. Scopriamo che il progetto per le cellule staminali embrionali “artificiali” è stato recentemente oggetto del finanziamento di 80 mila euro, erogati in seguito al primo bando istituito dalla Commissione nazionale sulle cellule staminali (1) (istituita nel 2001 da Sirchia, Ministro della Sanità), che prevedeva lo stanziamento di 7,5 milioni di euro per tre anni a progetti di ricerca sulle staminali adulte e del cordone ombelicale. “I criteri utilizzati per l'assegnazione dei fondi sono stati tutt'altro che trasparenti. Basti pensare che i progetti sono stati sottoposti alla valutazione dei ricercatori che concorrevano allo stesso bando e che, tra quelli finanziati, molti fanno capo ai membri della stessa Commissione” (Cattaneo, “Tempo Medico”, 2005).

Ricapitolando: tra i nomi della Commissione figurano quelli di scienziati responsabili dei progetti di ricerca beneficiari dei suddetti finanziamenti. Sono gli stessi personaggi che prendono posizione contro l’uso delle staminali embrionali a favore delle staminali adulte. Sono gli stessi che declamano i meriti della legge 40 e fanno propaganda per l’embrione-persona.

Attenzione: in Italia è in forte crescita il settore aziendale delle cellule staminali adulte, sulle quali esiste un business notevole da parte delle case farmaceutiche.

Chi sostiene la legge 40, dice che nella selezione di embrioni c’è il rischio di eugenetica.
L’eugenetica non sta nella tecnica, ma in come la si usa. L’eugenetica è nella nostra testa.


Chi vuole abolire il divieto sostiene, come abbiamo visto, la necessità di svolgere alcune indagini sugli embrioni per poter stabilire quale tra essi abbia maggiore possibilità di attecchire o per individuare l’eventuale presenza di malattie genetiche. Uno dei motivi del ricorso alla fecondazione artificiale è proprio il fatto che il futuro genitore è portatore o portatrice di una malattia genetica.

Non si può negare: in quanto strumento di selezione, la diagnosi pre-impianto è una forma di eugenetica, nel senso che in base ai risultati della diagnosi si sceglie quale embrione impiantare, a quale sarà data possibilità di svilupparsi. Si apre dunque una questione di bioetica di difficile soluzione.

Il metodo per sciogliere il nodo è, a mio parere, è sempre lo stesso. Si tratta di spostare il punto di vista dalla tecnica ai soggetti che ne fanno uso nella loro specificità. Non è la tecnica in sa stessa buona o cattiva, eugenetica o non eugenetica, razzista o non razzista. L’uso che ne facciamo può esserlo. L’eugenetica è una questione di mentalità, di politica, di cultura.

Ci sono molti esempi di come le tecniche di procreazione artificiale possano essere utilizzate nello stesso modo per incrinare o confermare una consuetudine sociale stigmatizzante. Ad esempio, sulla fecondazione eterologa. Può ricorrervi una coppia di lesbiche che mette in crisi il modello di famiglia tradizionale. Può ricorrervi una coppia composta da una donna nera e un uomo bianco per ottenere un figlio bianco, e così confermare un modello razzista (raccontare).

Allo stesso modo, la tecnica che consente di conoscere alcuni elementi del patrimonio genetico di un potenziale individuo può essere utilizzata per conoscere se svilupperà una malattia che potrà causare danni più o meno gravi, fino alla morte, oppure per determinare se avrà i capelli biondi.

Chi sostiene l’inevitabilità della nascita dice: ogni individuo ha “diritto alla vita”. Deve comunque vivere un individuo anche avendo una malattia che gli procurerà gravi sofferenze. Su questo percorso di ragionamento si apre un ventaglio di posizioni etiche molto ampio, cui la legge deve poter garantire uguale possibilità di espressione.

A mio parere la domanda non è se questo essere umano debba nascere o meno, ma: chi si prenderà cura di lui o di lei? Chi lo amerà, lo nutrirà, chi gli permetterà di vivere per quello che gli sarà dato di vivere? Spostiamo l’attenzione dal concetto astratto di “vita” – un essere umano astratto che vive un’esistenza astratta – sulla realtà concreta dei soggetti. Per prima, sarà la madre a prendersi cura di questa persona. Eventualmente, dipende dai casi, saranno, accanto a lei, il padre e i familiari. In questo percorso di sofferenza saranno ben poco aiutati dallo Stato. Che siano “disabili” o meno, lo Stato sostanzialmente lascia le persone a se stesse, tantopiù nella società odierna che non pare certo fondata sul principio del mutuo appoggio. Le madri e i padri di persone con gravi handicap fisici e mentali sono terrorizzate all’idea di morire prima dei loro figli, dicono: che ne sarà di loro? Chi se ne prenderà cura? Ma è evidente che il papa e i vescovi che parlano della “vita” non hanno di questi problemi. Tanto c’è il Paradiso.

Il problema è simile a quello che si pone per l’aborto: chi è contraria, non abortisca, ma chi sente di non potere prendersi cura di un altro essere umano deve essere messa in condizioni di farlo. Così per la diagnosi pre-impianto: chi è contraria, non la faccia ma chi non se la sente di accogliere una persona destinata alla sofferenza, deve poterla fare.

Qui arriviamo al secondo punto, cioè la cultura. Il fatto di accettare l’introduzione di una tecnologia, dovrebbe portare l’intera società a responsabilizzarsi rispetto ad essa. Ancora una volta, spostiamo lo sguardo ai soggetti concreti che la utilizzano, che si comporteranno in modi diversi a seconda che siano donna o uomo, medico o paziente, ricercatore o inesperto della materia. Ciascuno dei soggetti coinvolti deve darsi a suo modo da fare per capire come usare al meglio la tecnica, quali motivazioni sono alla base delle proprie scelte. Ciascuno a suo modo, con i propri tempi e attraverso le molteplici forme – individuali o collettive – che veicolano il dibattito sociale e l’educazione.

E’ la gente, siamo noi stesse e noi stessi che spingiamo ad una medicalizzazione crescente dell’esistenza. Siamo noi stesse fanatici per la salute e forma fisica a tutti i costi. Siamo noi a porre i confini di ciò che è normale e ciò che non lo è.

Quello che può condurci ad evitare la deriva eugenetica non è l’imposizione di una legge basata sulla tutela di un concetto astratto di vita umana, a prescindere dalle persone in carne ed ossa, ma il riconoscimento delle nostre paure in quanto persone in carne ed ossa. L’eugenetica è un abito mentale che si nutre della paura umana di non controllare il caso, di organizzare il mondo secondo una norma. Si ottiene l’eugenetica quando si teme la diversità e si cerca di annullarla. Quando si individuano criteri di ciò che è “normale” e si fa di tutto per ottenere i caratteri che esprimono al meglio questa normalità.

L’eugentica è un rischio non perché c’è la diagnosi pre-impianto, ma perché ci mettiamo addosso abiti mentali che ci predispongono ad essa, abiti che ciascuno dei soggetti in gioco indossa a suo modo. C’è il rischio di eugenetica quando la medicina è dominata da un modello che fa di tutti noi degli assistiti. Quando viviamo il nostro corpo come una macchina che deve essere sempre al massimo dell’efficienza e della produttività. Quando la ricerca scientifica è concepita in termini d’investimento, quando la logica del profitto soverchia quella della scoperta. Quando un medico agisce “privilegiando certi pazienti, con invenzioni stupide per tentare di accalappiarsi la clientela migliore o far pagare di più, con una boria grottesca, insomma tutto quel che è possibile conoscere della medicina ‘d’avanguardia’” (Godin e Testart, 2004, p. 28). Quando le donne non elaborano le proprie emozioni insieme ad altre donne: non ci chiediamo, ad esempio, perché per le “occidentali” è, molto più che per donne di altre culture, così difficile sostenere emotivamente una situazione come la gravidanza, che comporta la mancanza di controllo per antonomasia.

Insomma, l’eugenetica è un rischio. Non la si evita per assuefazione alla tecnologia né con il suo divieto, ma crescendo culturalmente.

Mi  avvio alla conclusione con alcune note personali. Il mio interesse e conseguente impegno sul tema della procreazione assistita è venuto sulla spinta di due forze: la rabbia e il bisogno. Rabbia è stata nel vedere come ancora una volta si legiferasse sulle donne a prescindere delle donne, come la morale di una parte fosse fatta valere per la morale di tutti.

Il bisogno è stato di iniziare sbrogliare una matassa interiore, di farlo nell’incontro con l’esperienza di altre donne. All’origine del mio impegno rispetto alla PMA c’è stata una domanda: perché una donna è disposta a sottoporsi alla manipolazione della tecnologia pur di dare esito positivo al desiderio materno? Evidentemente, questa domanda era ed è rivolta al mio stesso desiderio di maternità.

Sono una donna giovane e, come altre coetanee, non vivo la maternità né come certezza né come destino, ma come possibilità che si dispiega in forma di contraddizione. Credo di poter essere una donna “realizzata” anche senza aver vissuto questa esperienza, eppure a tratti ne sento un bisogno urgente che poi evapora, sfumando sulla scia di altri bisogni. Non ho mai messo alla prova la mia potenziale fertilità, ma l’ho sempre controllata. Se scoprissi di non potere  avere figli non credo che ricorrerei alla tecnica, ma sono fermamente convinta tanto che ciascuna/o debba poter scegliere e, nel caso, ottenere un trattamento nelle migliori condizioni possibili quanto che questa garanzia non sia in conflitto con la tutela dagli eccessi della manipolazione del materiale genetico.

Racconto di me per accennare alla concretezza di un discorso proposto in linea teorica, cioè che la possibilità di decidere se, quando e come avere una gravidanza – il controllo della funzione riproduttiva, il riscatto dalla sua necessità biologica – ha collocato la maternità “a pieno titolo” nell’orizzonte della scelta e della consapevolezza. Possiamo dirlo, nonostante il fatto che chi ci governa, facendosi forza della propria arretratezza culturale e della paura tutta maschile di perdere il controllo sul corpo femminile, vada legiferando in senso contrario e nonostante molti segnali ci dicano che questa collocazione è tutt’altro che definitiva.

Sottratte ad un destino, siamo gettate nella difficoltà della scelta. L’elemento del desiderio balza così dallo sfondo in primo piano.

Nei mesi successivi all’approvazione della legge 40, ho partecipato ad un gruppo di donne varie per età e percorso politico (2) ; per alcuni mesi abbiamo discusso a partire dalla legge e i suoi divieti per approfondire, partendo dalla nostra esperienza, le molte questioni che si attorcigliano quando la tecnica interviene nei processi della vita. Desiderio, potere, responsabilità, limite sono stati tra gli elementi di una discussione appassionata e insieme faticosa. Abbiamo verificato potenzialità e difficoltà di uno sguardo politico sulla nostra femminilità in relazione all’ambiguo potere materno.

Auspico, auspichiamo, che le donne si siano l’occasione di incontrarsi per parlarne, che altrettanto facciano gli uomini rispetto alle mutazioni del potere paterno. Auspichiamo che le donne siano disposte a condividere il potere/dovere della cura, le sue gioie e i suoi dolori, e che gli uomini siano disposti ad assumersi la propria parte.

In questa apertura di scenari possibili, è difficile determinare se la fecondazione artificiale sia una promessa di libertà o un ulteriore strumento di controllo sulla scia della medicalizzazione del corpo e della mente (3).

La tecnica, credo, enfatizza in tratti marcati – caricaturali – i molti volti del nostro essere umani. La bontà e l’orrore ci appartengono. A ciascuna, a ciascuno, e insieme, ogni giorno tocca il dovere e il piacere di comporre e ricomporre il senso del proprio esistere nel mondo.

1 Ordinanza sulla Commissione Nazionale sulle Cellule Staminali - 27 Novembre 2001 (http://staminali.aduc.it)
2 Il gruppo si è tenuto presso l’Associazione per una Libera università delle donne, a Milano, nel primo semestre del 2004
3 Il testo di Marialuisa Boccia e Grazia Zuffa (1998) offe una panoramica delle posizioni femministe sulla fecondazione assistita, riprese da Mancina (2002)
 
 
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