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Non solo referendum | Stampa |

06.gifPMA/1 (Roma) “Non solo referendum” è il titolo del documento che invitava ad incontrarsi per mettere in comune pratiche e discorsi sui temi relativi ai referendum del 12 e 13 giugno. Mentre in tutta Italia si moltiplicano le iniziative per favorire un voto consapevole, l’appuntamento di sabato 21 maggio alla Casa Internazionale delle Donne di Roma ha l’obiettivo di offrire le basi per un percorso di lungo periodo, di cui il momento referendario sarà solo una tappa. In questo documento, Luisa Boccia e Grazia Zuffa scrivevano del “bisogno di ritrovare un ordine del discorso che ricomponga la frantumazione dei processi riproduttivi indotta dalle tecnologie, che dia un senso al materiale biologico separato dai corpi viventi”, della necessità di capire che cosa fare degli embrioni prodotti in provetta, della loro tutela, dei limiti da porre alla ricerca.

Prosegue in questa sede il dibattito avviato a Firenze il 4 dicembre 2004, nel corso del convegno organizzato dal Comitato Perla, che già si proponeva come momento di elaborazione di una prospettiva femminista sul tema delle biotecnologie applicate alla nascita. L’invito a partecipare è circolato nelle reti di relazioni che si dipanano all’interno di una parte del femminismo. Una cinquantina le donne intervenute, man mano che si avvicendano al tavolo per parlare ci accorgiamo di conoscerle per averle ascoltate e, soprattutto, lette.
Nell’incontro romano si fa riferimento alla legge 40, pur prendendo le misure di una distanza in cui si cerca di elaborare una consapevolezza femminista sul dare la vita attraverso il mezzo tecnologico. Si dice (Putino) che il problema non è la legge ma la norma, cioè la struttura simbolica attraverso cui le donne si appropriano delle biotecnologie. Si cerca di individuare e delineare la morfologia della mutazione antropologica in atto sapendo di trovarsi in mezzo al guado, consapevoli della difficoltà di mantenersi in equilibrio tra due necessità: sostenere la libertà di scelta e svelare aspetti che il femminismo non può non dire, quali la critica alla maternità a tutti i costi, alla disponibilità delle donne alla manipolazione, la critica alla oggettivazione e mercificazione del corpo, alla necessità dell’elaborazione del limite (“il limite non è una palizzata, ma un fatto dinamico, un fatto di relazione”). Il primato delle donne nella procreazione è assunto ora come dato da valorizzare, ora come ricaduta nel biologismo. Anche qui circolano dubbi e inquietudine sulla fecondazione eterologa che, portando all’estremo il fatto che il grembo femminile è insostituibile e riducendo il padre a sperma, evidenzia l’asimmetria nella procreazione. C’è anche chi si dichiara compassionevole con le donne sterili, ma di non avere intenzione di farsi carico dei loro problemi: Paola Tavella non andrà a votare.
Si cercano i contorni di un “noi” e si verifica l’impossibilità di un pensiero comune. Ma il “noi” - risponde Boccia alle perplessità sollevate da alcune - è dato dagli anelli concentrici che si formano nelle relazioni tra donne, quelle che qui si sono incontrate. E se, in questa fase di passaggio, la bussola è la parola esperienziale, l’elemento del “noi” non può essere dato dal contenuto, ma dai soggetti che di  volta in volta sono portatori di esperienze diverse.
Osservo questo consesso da una posizione particolare, la posizione liminale del dentro-fuori. Sono “dentro” perché invitata, dunque chiamata a partecipare delle relazioni di cui sopra. Sono “dentro” perché comprendo il codice linguistico che qui si usa e da cui continuo a ricavare elementi di riflessione. È da rilevare infatti che le opinioni sono varie e in alcuni casi opposte, ma il linguaggio usato è omogeneo.  Sono “fuori” perché non appartengo alla generazione che è qui “rappresentata” (passatemi questo termine, pur nel suo uso non ortodosso), perché ho l’impressione di uno scollamento tra elementi che qui vengono dati per scontati e la realtà, che invece mi pare più complessa e imprevedibile. Cerco di spiegarmi meglio con alcuni esempi. In questa sede ci si pone il problema della maternità a tutti i costi e si dice che gli uomini sono ostili all’eterologa perché si pongono finalmente il problema del proprio sperma. Forse è in parte vero, ma è una lettura che rischia di non tenere conto di una realtà sociale in cui convivono elementi di conservazione ed elementi di trasformazione. Mi è capitato recentemente di partecipare ad un incontro in provincia di Milano (Trezzano) in cui, a partire dalla semplice informazione sui quesiti referendari, si è sviluppato in interessante dibattito tra il pubblico, in cui hanno preso parola, dialogando: una donna che ha fatto il tortuoso percorso di pma, avendo basato la propria identità femminile sul progetto di maternità; una donna che ha tentato lo stesso percorso, ma poi lo ha abbandonato, rilevando, a partire dalla propria esperienza, la necessità di elaborare il limite posto dal proprio corpo non fertile; l’uomo che faceva autocritica sui timori maschili rispetto all’eterologa, osservando con favore l’occasione data agli uomini di prendere coscienza dei propri fantasmi. In un’altra occasione (Rozzano, provincia di Milano, venerdì 20 maggio), si è accesa una discussione intorno all’eterologa che, secondo una donna presente tra il pubblico, favorirebbe le coppie lesbiche; una giovane donna ha difeso queste ultime, sostenendo che dietro alla difficoltà nell’accettare la maternità lesbica non vi è il presunto bene del figlio, ma una cultura (o incultura) che discrimina le relazioni non aderenti al modello dominante.
Si è proposto, nell’incontro romano, di redigere un elenco dei temi da affondare in una sorta di seminario femminista permanente. Mi pare un’ottima idea, alla quale aggiungo: perché questo seminario ci aiuti ad “abitare l’incerto”, è necessario immergerci nella realtà, utilizzando la campagna referendaria come occasione per mettere per davvero al centro “la parola esperenziale”, che a dirsi è bellissimo, ma nei fatti può risultare urticante e necessita una messa in discussione di sé che purtroppo molte autorevoli femministe non hanno forse più voglia di fare.


(Delt@ Anno III, n. 115 del 23 maggio 2005)

Eleonora Cirant
 
 
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