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Farmaci anti-Aids | Stampa |
La produzione di farmaci anti-Aids solo per il mercato interno
Le medicine di Lula fanno tremare big Pharma


Sabina Morandi
Centosettantamila. Tanti sono i sieropositivi che beneficeranno della decisione, presa la scorsa settimana dal governo brasiliano, di violare un brevetto farmaceutico per allargare l'accesso ai trattamenti gratuiti nell'ambito di un programma che il paese sta portando avanti con successo dal 2001. Intendiamoci, niente che non fosse già previsto dalle norme del Wto che regolano i brevetti farmaceutici e che prevedono delle eccezioni nel caso di gravi epidemie. Da quando queste regole sono state scritte, però, sono passati dieci anni nel corso dei quali la lobby farmaceutica si è ulteriormente rafforzata e ha tentato con ogni mezzo di bloccare la produzione dei generici ovunque nel mondo.

Nell'estate del 2000 a Durban, in Sudafrica, i sindacati e le federazioni studentesche sfilarono insieme alla Treatment Action Campaign, l'organizzazione dei sieropositivi sudafricani. Scopo della marcia era quello di costringere il presidente sudafricano Mbeki a difendere la legge promulgata da Mandela nel 1997 per arginare l'epidemia di Aids, già allora di proporzioni bibliche. La legge autorizzava in sostanza le ditte locali a produrre trattamenti contro l'Aids oppure a importarli al di fuori dei brevetti delle grandi corporazioni. Immediatamente 39 grandi compagnie farmaceutiche denunciarono il governo di Pretoria in una mossa tanto arrogante quanto controproducente che spinse perfino James Wolfensohn, allora presidente della Banca Mondiale, a pronunciarsi sul Wall Street Journal contro i prezzi troppo alti imposti, in regime quasi monopolistico, dalle grandi del settore.

Le proteste dei sudafricani e la mobilitazione internazionale degli attivisti della salute portarono per la prima volta sotto i riflettori l'offensiva legale di Big Pharma, che fu costretta ad abbandonare la causa. Difficile continuare a mantenere pulita la propria immagine trascinando in tribunale uno dei paesi più colpiti dall'epidemia di Aids, paese che, oltretutto, voleva soltanto applicare le eccezioni previste dagli accordi sui diritti di proprietà intellettuale del Wto (i cosiddetti Trips): l'"importazione parallela", la possibilità cioè di importare i farmaci più economici, e la "registrazione obbligatoria" ovvero la possibilità dei governi di intervenire per restringere i diritti monopolistici degli attuali titolari di brevetti, esattamente come si accinge a fare oggi Brasilia. Del resto, fu proprio grazie a questo tipo di misure che gli Stati Uniti sconfissero l'epidemia di polio negli anni '50, ed è proprio sulla base di quell'esperienza che negli accordi sulla proprietà intellettuale venne inserita questa eccezione. Quando l'offensiva farmaceutica contro il Sudafrica finì in un nulla di fatto, Pretoria mise mano a un progetto - molto meno ambizioso di quello brasiliano - basato sull'acquisto della terapia prodotta da una compagnia farmaceutica indiana, non essendo in grado di avviare una produzione in proprio.

Il 26 dicembre scorso, però, proprio il giorno del maremoto, il parlamento indiano ha preso una decisione destinata ad avere ripercussioni ben oltre i propri confini. L'Indian Patents Act, la legge sui brevetti che regolava la questione dal 1970, è stata emendata come previsto dai dettami del Wto e la produzione dei generici è stata bloccata. Il pacco dono che Big Pharma si è trovata sotto l'albero arriva proprio nel momento in cui la concorrenza della Cipla, una delle più famose aziende indiane produttrici della terapia anti-Aids, si stava facendo più insidiosa. Oltre a proporre il cocktail anti-retrovirale a un decimo del prezzo corrente, nel 2004 la Cipla ha lanciato sul mercato internazionale un nuovo prodotto che riesce a ridurre la quantità di pillole da assumere, abbattendo i numerosi effetti collaterali. Insieme a molte aziende indiane emergenti, la Cipla sta insomma cominciando a configurarsi come un pericoloso concorrente sul mercato globale non soltanto per la capacità di fornire prodotti estremamente economici ai paesi che non sono in grado di garantire l'accesso alle cure ai prezzi correnti - come il Sudafrica, la Thailandia, il Mozambico e via dicendo - ma, dopo essersi limitata a copiare per anni i prodotti delle grandi aziende, oggi appare in grado di proporre importanti innovazioni.

A differenza del Sudafrica il Brasile può permettersi di produrre in proprio. Per sostenere il programma di trattamento pubblico, Brasilia ha accuratamente alternato il bastone (la minaccia di produrre generici) alla carota (la disponibilità a servirsi di farmaci di marca fortemente scontati), mettendo in competizione fra loro le aziende produttrici. E' nel quadro di questo lungo braccio di ferro che deve essere inquadrata l'annunciata intenzione di infrangere il brevetto del Kaletra prodotto dalla statunitense Abbott, un anti-retrovirale che la sanità brasiliana fornisce gratuitamente a oltre ventitremila ammalati. Visto che la Abbott ha rifiutato sia di ridurre il prezzo che di cedere la licenza di fabbricazione al governo brasiliano, il presidente Lula ha annunciato l'intenzione di produrre il farmaco in proprio, in un laboratorio statale. Il tutto, come ha dichiarato il ministro della Sanità Humberto Costa, nel pieno rispetto della normativa internazionale visto che «infrangere il brevetto del Kaletra non è un'infrazione né del contratto di fornitura né degli accordi internazionali sui brevetti» ma, in sostanza, «è solo l'applicazione delle norme internazionali e degli accordi del Wto, che permettono di adottare misure del genere in circostanze d'emergenza». I cosiddetti Trips, appunto, ulteriormente rafforzati dalla Dichiarazione di Doha che, dal 2001, stabilisce che gli accordi globali sui brevetti non devono sovrapporsi agli interessi di salute pubblica. Del resto, a fronte dei numeri dell'epidemia, difficilmente si potrebbe trovare qualcosa più inerente all'"interesse pubblico" di un farmaco necessario a garantire la continuità del programma statale di lotta all'Aids considerato il più efficace e avanzato al mondo, e ad allargare la distribuzione ad altri 170 mila pazienti.

La Abbott fornisce il Kaletra al programma statale brasiliano che, dal 2001, è riuscito ad allargare la base dei pazienti in trattamento gratuito da 3.200 a 23.400, una goccia nel mare se sono vere le stime che valutano in 600 mila gli infettati da Hiv in Brasile. Tuttavia riuscire a trattare un così ampio numero di persone, per quanto sia fondamentale per fermare la diffusione dell'epidemia, è totalmente al di sotto delle possibilità economiche di un paese come il Brasile, che aveva pensato di risolvere la questione trattando sui prezzi facendosi forte dell'economia di scala. E' chiaro infatti che l'accesso a un numero così elevato di pazienti è un affare di per sé, e consentirebbe alle aziende di abbassare i prezzi continuando a incassare forti profitti. Ma la Abbot non era d'accordo, e non ha accettato ridurre il prezzo all'ingrosso nemmeno di un centesimo. Producendo il farmaco in proprio, il governo brasiliano sarà in grado di risparmiare ogni anno 130 milioni di real (circa 42 milioni di euro), condizione necessaria per allargare il trattamento ad altri malati.

Naturalmente, nel tentare la forzatura, Brasilia lascia aperte tutte le porte. Prima di tutto ha assicurato la Abbott che continuerà a pagare una certa percentuale di royalties (voci non confermate parlano del 3 per cento) mentre, nel frattempo, avviava nuove trattative con altre due case farmaceutiche, la Merck e la Gilead, rispettivamente per l'Efavirenz e il Tenofovir. La qual cosa dimostra che il paese sudamericano, anche se ha giustamente messo al primo posto nella lista delle priorità la salute dei propri cittadini, non ha alcuna intenzione di sostituire l'India nel suo ruolo di produttrice globale di antiretrovirali a basso costo, una mossa che esporrebbe Lula a ritorsioni ancora più pesanti di quelle certamente in arrivo.

 
 
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