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Misteri dell'8 per mille - 2 | Stampa |
Otto per mille alla Chiesa: poco in beneficienza, tanto in stipendi a preti e perpetue
Solo il 48% di chi fa la dichiarazione dei redditi firma per destinare il suo obolo, ma la spartizione viene fatta in proporzione alle scelte di chi ha firmato, così al Vaticano va l''87% di un miliardo e mezzo di euro. Alle altre entità di culto le briciole. Lo Stato grande assente dalle opere umanitarie


Gemma Contin
L'affare "Otto per mille" cuberà quest'anno attorno a un miliardo e mezzo di euro, poco meno di tremila miliardi delle vecchie lire. Un vero terno al lotto per la Chiesa cattolica, uno dei sei soggetti con cui lo Stato italiano ha firmato un accordo per la ripartizione degli aiuti al clero e alle comunità religiose e di culto.

La legge che istituisce la "tassa sulla fede", o meglio che prevede di devolvere una quota della fiscalità generale a vantaggio delle istituzioni religiose e similari, è la numero 222 del 20 maggio 1985. Emanata all'indomani della revisione del Concordato firmata da Bettino Craxi, teso a rinverdire gli accordi di emanazione fascista tra Stato italiano e Vaticano, la legge 222 parla di "Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici e per il clero cattolico in servizio nelle diocesi".

E, in effetti, l'intero testo è scritto avendo come referente la sola Chiesa cattolica, anche se in virtù di successive sollecitazioni, il terzo comma allarga la platea ad altri soggetti "riconosciuti", benché con precisi vincoli burocratici, laddove dice che «per personalità giuridiche canoniche, per le fondazioni e in genere per gli enti ecclesiastici che non abbiano personalità giuridica nell'ordinamento della Chiesa, il fine di religione o di culto è accertato di volta in volta... (purché svolgano)... attività di religione o di culto dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana; (o) attività diverse da quelle di religione o di culto (quali) quelle di assistenza e di beneficienza, istruzione, educazione e cultura...».

E' in virtù di questi passaggi che hanno potuto entrare nel finanziamento dell'Otto per mille anche altre realtà confessionali e di culto. Ci sarebbe poi lo Stato, cioè quella entità destinataria di una scelta "laica" e aconfessionale da parte dei cittadini che intendono devolvere la propria quota ad attività di assistenza e beneficenza gestite direttamente dalla mano pubblica.

Sarebbe questa, anzi, la destinazione "privilegiata", come indica un memorandum dell'Agenzia delle entrate: «Sulla base delle scelte effettuate dai contribuenti nella dichiarazione dei redditi, una quota pari all'Otto per mille del gettito Irpef è destinata: 1) a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale; 2) a scopi di carattere religioso o caritativo... della Chiesa cattolica; 3) a interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali... (delle) Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno; 4) a interventi sociali e umanitari... delle Assemblee di Dio in Italia; 5) a scopi di carattere sociale, assistenziale, umanitario o culturale a diretta gestione della Chiesa valdese, Unione delle Chiese metodiste e valdesi; 6) agli interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali della Chiesa evangelica luterana; 7) alla tutela degli interessi religiosi degli ebrei in Italia, per la promozione e la conservazione delle tradizioni e dei beni culturali ebraici... nonché alla tutela delle minoranze contro il razzismo e l'antisemitismo a diretta gestione dell'Unione delle Comunità ebraiche».

Ma veniamo ai numeri, perché dietro al marchingegno dell'Otto per mille si nasconde una truffa colossale, ai danni della volontà espressa dai cittadini con la firma per l'uno o l'altro destinatario. Intanto va detto che soltanto il 48,63% di chi effettua la dichiarazione dei redditi appone la firma per la scelta di tale destinazione. Ben il 61,37% non esercita tale opzione. E si tratta in ogni caso di un'esigua minoranza, perché invece "il popolo della busta paga" e "il popolo delle pensioni", la gran parte cioè dei cittadini italiani, che non fanno la dichiarazione dei redditi perché percettori del solo reddito da lavoro o da pensione, in larga misura non fanno sapere (e non intendono far sapere, per ovvie ragioni) al datore di lavoro o all'ente previdenziale la loro propensione confessionale. Dunque soltanto un'esigua minoranza di cittadini italiani esercita l'opzione per destinare il proprio contributo a una specifica entità confessionale.

E di quell'esigua minoranza, secondo una rilevazione del Ministero delle Finanze che risale alle dichiarazioni del 2000, l'87,17% (del 48,63) era destinata alla Chiesa cattolica, il 10,35 allo Stato, l'1,21 ai Valdesi, lo 0,46 alle Comunità ebraiche, lo 0,32 ai Luterani, lo 0,28 agli Avventisti del Settimo giorno, lo 0,21% alle Assemblee di Dio in Italia.

Ma che cosa succede del 61,37% (pari a 920 milioni di euro) di chi non ha optato per nessuna confessione e del 10,35 (pari a 155 milioni di euro) di chi ha optato per lo Stato?

 
 
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