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Essere donna, essere uomo | Stampa |
di Guido Sala

Sono un professore universitario che insegna psicopatologia e un clinico che cura persone con problemi psichici, più o meno gravi. Quando ho iniziato a riflettere sul tema assegnatomi per questo convegno, mi sono sentito alquanto intimidito. I miei normali riferimenti culturali mi sembravano insufficienti per poter dire un qualcosa di minimamente significativo. Il compito era chiaro: inserire il problema della transessualità all'interno del rapporto uomo-donna. Ho dovuto scorrere un po' di letteratura storico-sociologica, dove senza troppe difficoltà ho trovato alcuni concetti che mi sono sembrati adeguati. Un tempo, ho letto, il modello della cavalleria e, il mito della femminilità mascheravano la subordinazione in cui l'uomo costringeva la donna; un insieme di convenzioni, accettate collusivamente da entrambi i sessi, rendevano più tollerante lo stato di sfruttamento proprio della donna.

Oggi invece, una diversa organizzazione del lavoro, lo sviluppo democratico e il progressivo affermarsi di una cultura femminista hanno strappato il velo delle convenzioni cortesi dalla condizione di dipendenza della donna, rivelando in pieno l'antagonismo sessuale tra maschio e femmina. Si espande a macchia d'olio una nuova etica del sesso per il sesso, all'interno di un clima più generale in cui la felicità immediata assurge al ruolo di valore assoluto e primario. In questo clima, uomini e donne sembrano scrutarsi, incontrarsi, fronteggiarsi e ricercarsi, calcolando attentamente il rischio emotivo delle loro relazioni, spaventati dalla prospettiva di una possibile non continuità e sviluppo delle stesse.
Qualche autore considera la priorità dell'investimento rivolto all'eccitazione sessuale alla stregua di un tentativo di colmare il vuoto della vita lavorativa e sociale proprio dell'epoca attuale.
Si realizza un nuovo e diverso rapporto tra donna e uomo in un mondo diverso rispetto al passato, in cui la tensione a vivere per il presente offusca il senso storico della propria esistenza, allontanando la memoria dei predecessori e la prospettiva dei discendenti, vanificate dalla parola d'ordine della realizzazione personale. Si parla di narcisismo nel senso di un individuo assetato di esperienze emotive immediate, terrorizzato dall'idea della vecchiaia e della morte, un individuo sempre tentato a vedere il mondo come specchio di se stesso. La giovane madre, ad esempio, che porta a spasso il suo piccolo bambino e che cerca lo sguardo d'ammirazione degli altri, non dice più "guarda come l'ho fatto bello" bensì "è così bello che non può essere che figlio mio".
E da tempo che personalmente penso, e vivo, che la diade uomo-donna si affianchi a quelle di vita-morte e di genitore-figlio nel costituire i nodi centrali dell'umanità, del nostro vivere, gioire, soffrire, svilupparsi e morire, nodi sui quali la scienza ci dice qualcosa ma non certo tutto e a proposito dei quali molto è ancora, e forse resterà, avvolto nel mistero. Io so, almeno un poco, di scienza, nei senso che nel mio lavoro, nei miei studi e nelle mie lezioni, mi riferisco costantemente a modelli scientifici, nell'ambito psicologico, psicopatologico e medico. Più vado avanti, più invecchio, più divento cauto, al limite anche scettico. Vivo la scoperta scientifica come una conquista irrinunciabile ma penso anche a quante scoperte poi dimostratesi come false o parziali hanno percorso e percorrono il nostro cammino, falsificando le nostre interpretazioni della realtà e la comprensione degli altri. Le femministe italiane, in particolare quelle milanesi, possono ben ricordare la ferocissima polemica della fine anni sessanta tra il nascente femminismo italiano e quel vecchio gentiluomo e grosso uomo di cultura, e grande esempio di civile impegno che era Cesare Musatti, sul concetto di invidia del pene. Il professor Musatti, all'inizio con garbo ma poi spinto nella contesa con testardaggine, certo della validità del suo riferimento freudiano, portava questo argomento come sicuramente vero. Le femministe rifiutavano con altrettanta certezza questo modello in cui le donne da inferiori erano costrette a inseguire quell'oggetto mancante, per loro irrimediabilmente perduto. Quella polemica forse sarebbe stata meno crudele se in quegli anni fosse stato più diffuso in Italia il pensiero psicoanalitico post-freudiano, dove ad un certo punto il concetto di invidia del pene si era trovato in compagnia della scoperta dell'invidia del seno. Così, con buona pace di tutti, non sarebbe più stato solo l'uomo a dover e poter essere invidiato ma anche la donna. Non intendo certo togliere valore ai discorsi e ai contenuti di Freud, di Musatti e di altri ancora, che dal loro punto di vista avevano ben donde a procedere nel percorso da loro perseguito, ma il loro - e questo è il senso del mio richiamo alla cautela e al limite del riferimento scientifico - può essere anche considerato come un modo legittimo ma parziale di parlare della realtà, da integrare con altri possibili modi di parlare.
Se noi avessimo la patente di assoluta veridicità ai contenuti culturali di invidia del pene e di invidia del seno, e se nell'ambito psicopatologico ripescassimo i temi del feticismo e del travestitismo, potremmo forse pensare e affermare di essere in grado li spiegare compiutamente secondo un'ottica scientifica il fenomeno della transessualità. La realtà di questo fenomeno a me, personalmente, sembra più complessa, problematica, dubbia. Un anno fa, in un congresso scientifico, ho sentito parlare dell'esistenza di un terzo sesso, accanto a quelli tradizionali della femmina e del maschio. Il ragionamento era questo: esiste il sesso biologico e il sesso psicologico, ci può essere coincidenza tra i due sessi e allora abbiamo il sesso femminile e quello maschile, ci può non essere coincidenza e allora abbiamo il terzo sesso, quello transessuale. Ci si potrebbe "scientificamente" arrabbiare, contestando la netta distinzione fatta tra biologico e psicologico, quasi fossero due mondi autonomi; è fin troppo facile rispondere per l'appunto con il rilievo che siffatta distinzione appartiene all'artifizio scientifico e culturale e non certo alla realtà dei fatti. Preferisco proporre una mia forse banale  filosofia, o lielfauschung, accorata ad una prospettiva  di finalismo biologico. Se la natura umana è fatta di maschio e li femmina, di organi genitali in questo senso, di circuiti ormonali, di caratteri sessuali secondari e così via, il tutto con una precisa e ripercorribile logica compenetrativa, non può essere un caso sia così: la realtà naturale umana sta qui. Poi c'è la diversità, sempre possibile, non certo da negare e tanto meno da offendere o svalutare, ma da capire, da rispettare, da aiutare nei limiti del possibile e del conveniente per la singola Persona. Si potrebbe anche dire che il "vero" transessuale esiste da quando c'è il mezzo tecnico, medico e soprattutto chirurgico, che il transessuale oggi, a livello di immagine pubblica, è essenzialmente l'individuo che da uomo si trasforma in donna e non viceversa proprio perché è tecnicamente più raggiungibile a neo-vagina che non il neo-pene, la sparizione della barba e non la sua comparsa, e così via. Certo, appare un progresso, sotto il profilo umano e anche sotto quello scientifico, poter parlare di transessuale e non più di "depravato" o "disgraziato", come si faceva un tempo, ma non mi sembra produttivo in questa prospettiva ricorrere a coperture pseudo-scientifiche.
Uua volta delineate le scelte culturali di fondo, si può tentare un discorso più specifico sul problema. Colui che si dichiara i transessuale sembra in genere un individuo umano che esercita la stia istintualità attraverso un sostanziale ripiegamento narciistico; in altri termini, con un linguaggio un po' sommario, il transessuale ama l'uomo o la donna che vorrebbe diventare e non tanto l'altro, che per lui diventa marginale. Non è mai pienamente soddisfatto del risultato conseguito perché, essendo il suo soggetto d'amore in sé idealizzato, il risultato deve essere perfetto. Da qui scaturisce il più delle volte una serie infinita di interventi e trattamenti estetici, il cui fine è adeguarsi ad un'immagine fantastica sempre lontana e irraggiungibile. In questo senso si potrebbe forse dire che il transessuale, nel momento in cui chiede pienamente convinto al mondo, alla società, alla medicina, il perseguimento e il riconoscimento della sua vera essenza, che costituisce l'unico modo per lui di diventare felice, in realtà esprime una domanda, vista nella sua totalità, concettualmente impossibile. Al limite, si può metaforicamente parlare di delirio. Se fosse così però, non è solo il transessuale a delirare. La sua richiesta "fantastica" riceve infatti una altrettanto "fantastica" risposta da parte della società moderna, che delira di poter distribuire a tutti, e così anche al transessuale, pieno benessere psichico e fisico (così recita la famosa definizione di salute dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) e piena realizzazione di sé. Mi è capitato spesso, parlando con gente estranea al problema della transessualità, di varia età ed estrazione culturale, di sentir discorsi sul processo di trasformazione sessuale come se fosse un qualcosa di relativamente semplice, nulla di più di un intervento chirurgico. La medicina ormai non sembra più una disciplina preposta essenzialmente alla sofferenza ma è anche dispensatrice di felicità, non essendoci ormai più alcun limite che si contrapponga alla sua potenza, è al transessuale che rimane il destino di un percorso difficile, spesso drammatico e doloroso. Ed al medico che lo incontra, se appena si ferma a riflettere sui problemi e sulle aspettative che gli vengono da lui rivolti, competono dubbi, incertezze sul da farsi, talvolta insoddisfazione, spesso sentimenti di impotenza.

Riferimenti bibliografici
Canestrari M., Uomo e donna, CLUEB, Bologna, 1988.
Freud S., La femminilità (1932), in "Opere", voi. li, Boringhieri, Torino, 1979.
Illich J., Il genere e il sesso, Mondadori, Milano, 1984.
Klein M., Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze, 1969.
Lasch C., La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1981.
Money J., Turker P., Essere uomo essere donna, Feltrinelli, Milano, 1980.

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Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990 
 
 
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