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Martedì 18 Giugno 2019

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Sesso, natura e cultura | Stampa |
di Adriana Perrotta e Diana Nardacchione

Il significato e la finalità prima del sesso dal punto di vista strettamente biologico sono di carattere evolutivo. Esso rappresenta un vantaggioso meccanismo adattivo mediante il quale due diversi caratteri ereditari, evolutisi in due distinte popolazioni, possono sommarsi nello stesso individuo. In assenza di tale meccanismo, inoltre, derivando ogni individuo da un solo genitore, verrebbe dimezzata la probabilità di ereditare caratteri vantaggiosi.

Questa è, in effetti, la condizione di alcune forme di vita molto primitive nelle quali gli individui sono, di regola, asessuati. Ognuno di essi dà origine ad una propria esclusiva discendenza chiamata "clone". Ciò non di meno, periodicamente, anche queste specie esprimono delle generazioni caratterizzate da sessi distinti per cui, seppure discontinuamente, viene a realizzarsi quell'arricchimento ("lussureggiamento degli ibridi") di caratteri vantaggiosi nella discendenza che è necessario per il continuo adattamento evolutivo all'ambiente.
Un noto passo della mitologia classica greca, riferito da Platone ne "Il Convivio", fantastica che il primo essere umano sia stato Ermafrodito, una divinità dotata di entrambi i sessi, figlio di Ermes e di Afrodite, e che solo in un secondo tempo Zeus avrebbe separato in due distinti individui, il primo vero uomo e la prima vera donna.
Da certi punti di vista il mito è paradossalmente confermato. Solo che Ermafrodito fu certamente un organismo unicellulare. Tale primitive forme di vita, infatti, non presentano sessi distinti ma ciascun individuo possiede un "pronucleo maschile" ed un "pronucleo femminile". All'atto della fecondazione i due individui, del tutto simili ed equivalenti, si scambiano mutualmente i pronuclei maschili che si fondono in seguito con i pronuclei femminili. Dunque, all'origine il sesso non fu altro che un ingegnoso espediente per accelerare l'evoluzione delle specie. Null'altro.
In seguito, l'evoluzione ulteriore della vita in organismi pluricellulari, si ebbe la segregazione dei sessi generalmente in individui distinti. E ciascun sesso si specializzò in caratteristiche fisiche ed in comportamenti vantaggiosi dal punto di vista evolutivo ed adattivo. I maschi di molte specie hanno un comportamento altamente competitivo, apparentemente teso alla fecondazione del massimo numero di femmine contestualmente al tentativo di escludere la massima parte dei concorrenti dalla riproduzione. In pratica, ciascun maschio si comporta come se volesse dare al proprio corredo genetico la massima diffusione nell'ambito della specie e ciò, accelerando l'affermazione dei caratteri "vincenti", favorisce, verosimilmente, l'ulteriore evoluzione.
Le femmine, per contro, hanno sviluppato strutture fisiche e comportamenti tali da rendere sempre più sicuro lo sviluppo del prodotto del concepimento per cui si va da milioni di uova, di per sé già mirabilmente autosufficienti, disperse nell'ambiente dalle specie inferiori sino ai pochi feti, addirittura custoditi sino a maturità dentro il corpo stesso della madre, nelle speci superiori.
Tale eterogeneità morfologica e comportamentale va sotto il nome di "dimorfismo sessuale". In certi casi esso è sfumatissimo, come in certe specie di uccelli nelle quali i sessi sono esteriormente indistinguibili ed i genitori si alternano tanto nella covata quanto nell'allevamento della prole. In certi altri all'aspetto morfologico diverso corrispondono differenti comportamenti cooperativi: in certe specie di uccelli il piumaggio della femmina e quello della prole ha una colorazione mimetica per sfuggire allo sguardo dei predatori, mentre quello del maschio ha tinte vistose allo scopo di attirare su di sé, anche per effetto di un comportamento in tal senso finalizzato, la caccia dei rapaci che poi egli conduce lontano dal nido. In altri casi, come nella maggior parte degli insetti, il maschio vive solo le poche ore che precedono l'accoppiamento. In seguito esso muore, talora divorato dalla femmina stessa, che in tale prospettiva è generalmente più grossa ed aggressiva del maschio.
Nella nostra specie esiste un dimorfismo sessuale morfologico a cui sono contestuali due diversi atteggiamenti psicologici. Il genere umano è, si può dire, coevo della cultura per cui è molto difficile far riferimento ad un comportamento che non ne sia influenzato. Dalle osservazioni paleontologiche e transculturali contemporanee tuttavia, possiamo desumere che nelle popolazioni di "cacciatori-raccoglitori" nomadi del paleolitico, quindi agli albori dell'umanità, i maschi svolgessero una attività di caccia e di difesa del territorio, in maniera analoga a quanto fanno tutt'ora i branchi di canidi. Alle femmine, contenute numericamente, verosimilmente mediante la consuetudine dell'infanticidio, ad un quarto dei maschi, erano riservati l'allevamento delle prole e la raccolta dei frutti spontanei della terra. La maggior parte degli antropologi concorda inoltre sul fatto che il potere politico e la funzione sacerdotale fossero appannaggio dei maschi mentre le attività medico-erboristiche fossero riservate alle donne.
Lo psicanalista Franco Fornari (1976) ha introdotto una particolare terminologia per definire tali diversi atteggiamenti. "Fallico" egli definisce l'atteggiamento aggressivo, competitivo, teso all'affermazione di sé, al potere, al prestigio ed alla conquista. "Onfalico" definisce egli l'atteggiamento protettivo, conservativo, riparativo. Essi sarebbero presenti nei due sessi essendo, tuttavia, prevalentemente fallici i maschi e prevalentemente onfaliche le femmine. Del resto anche nel mondo animale le femmine di tutte le specie se minacciate, o se minacciati sono i loro piccoli, divengono efficacemente aggressive quanto i maschi.
Analogamente, esperimenti hanno dimostrato che anche i maschi di quelle specie che conducono vita solitaria come i ratti, se posti in presenza di cuccioli non svezzati assumono col tempo comportamento materno. La differenza rispetto alle femmine è rappresentata solo dalla necessità di un più lungo tempo di "sensibilizzazione". Ulteriori sperimentazioni sugli animali, inoltre, hanno accertato che i comportamenti individuati come tipicamente maschili e tipicamente femminili sono determinati dalla esposizione o dalla mancata esposizione di talune strutture cerebrali agli ormoni sessuali durante un certo periodo critico dello sviluppo fetale (Money & Ehrhardt, 1976). Tuttavia, come si è visto, opportune manipolazioni ambientali operate in epoca adulta possono modulare la diversa espressione di questi due atteggiamenti. È verosimile che anche nella specie umana esistano un "fallicismo" ed congenitamente prevalenti ma che l'influenza culturale possa condizionare a tal punto l'espressione da determinare un atteggiamento manifesto paradossalmente antitetico rispetto al consueto. Sulla base di queste, oltre che di altre, considerazioni R. J. Stoller (1968) è giunto a distinguere il sesso biologico dal suo equivalente picologico, linguistico e sociale che ha definito "genere".
Esso, ancor più che il sesso biologico, è determinato dalla diversa espressione quantitativa, e non qualitativa di singoli caratteri concorrentemente costitutivi. L'intera cultura del vecchio continente si è strutturata su una filosofia antinomica: luce ed ombra, vuoto e pieno, Ying e Yiang, materia e spirito, pensiero ed azione, idea e forma... e tra l'uno e l'altro concetto un baratro incolmabile! Alla stessa maniera sono stati postulati contrapposti i sessi. La negazione degli attributi che definiscono l'uno si è assunto che definiscano l'altro. L'"altro": non si è mai riusciti a pensarlo come il "sesso contiguo"!

Identità di genere e relazioni oggettuali
In realtà questa contiguità esiste nelle fantasie infantili. Nelle prime fasi dello sviluppo psichico infantile, benché tra il 18 ed i 22 mesi si sia radicata nel bambino la "identità di genere"  (R. Zazzo, I. Money & A. A. Ehrhardt, 1976, R. J. Stoller, 1968), vale a dire la convinzione di appartenere all'uno od all'altro sesso, ciò non di meno, secondo la teoria psicanalitica, i genitali di tutti gli individui verrebbero inizialmente ingenuamente immaginati identici ai propri. La successiva traumatizzante scoperta del dimorfismo degli organi sessuali determinerebbe, sempre secondo S. Freud, l'"angoscia di castrazione" e l'"invidia del pene" nella femmina, sentimenti, questi, che la "censura morale" segregherebbe nell'inconscio. E nell'invidia del pene da parte della femmina sarebbero compresenti tutte quelle inconsce aspirazioni frustrate a quelle connotazioni vincenti del "ruolo fallico" (indipendenza, autodeterminazione, combattività, potere, prestigio...) la realizzazione nei confronti delle quali è nella donna socialmente e culturalmente penalizzata. In seguito, numerosi psicanalisti (G. Groddeck, E. Fromm, B. Bettelheim, 1962, T. Giani Gallino, 1986) postularono che nel maschio sia strutturale una speculare inconscia "invidia dell'utero" nella quale si esprimerebbero le fantasie frustrate di fecondità e di creatività biologiche, funzioni che all'uomo sono anatomicamente e funzionalmente precluse. Lo stesso B. Bettelheim (1962) nel mettere a fuoco l'invidia maschile nei confronti delle funzioni femminili annotò come la psicanalisi avesse messo in ombra, se non addirittura rimosso, tale sentimento per effetto di un vero e proprio "velo androcentrico" da cui essa sarebbe obnubilata inconsciamente.
Per mezzo dell'"invidia del pene", nella donna, e dell'"invidia dell'utero", nell'uomo, anche la psicanalisi si è affiancata alla biologia nell'affermare che in ciascun individuo sessuato è latente una vocazione a ricoprire il ruolo dell'altro sesso. Ed è, sempre in chiave psicanalitica, proprio questa inconscia sensazione di incompletezza, di incompiutezza, ciò da cui trarrebbe forza l'amore. Si amerebbe un'altra persona in quanto "diversa" dal soggetto del sentimento e ciò perché essa sarebbe in possesso di ciò che a lui manca. L'amore è "possesso" e "condivisione". Gli amanti, possedendosi, si approprierebbero ciascuno degli organi di cui è privo e li condividerebbero, così, tutti, sul piano fantastico. È sul piano fantastico, quindi, che si realizza quell'unità androgina del mito di Platone.
Quanto esposto costituisce il modello psicanalitico della relazione oggettuale eterosessuale. In altri casi, tuttavia, l'invidia dell'organo non posseduto si risolverebbe, mediante un'operazione inconscia di "negazione", in una svalutazione dell'oggetto del sentimento. Al sentimento di invidia, inconsciamente negato, si sostituirebbe il compiacimento per la propria anatomia contestuale ad una sovrastima di tutti i valori ad essa connessi. Il partner, di conseguenza, non verrebbe ricercato in quanto complementare nel realizzare l'unità androgina fantastica ma verrebbe desiderato in quanto immagine speculare nella quale riconoscersi ed identificarsi. Ciò costituisce il modello "narcisistico" della relazione omosessuale nella teoria psicanalitica.
Nella realtà, però, tanto le relazioni omosessuali quanto quelle eterosessuali sono raramente coerenti in maniera rigorosa ed esclusiva con i modelli esposti. Amare significa anche "condividere" e sempre più spesso si verifica nelle coppie eterosessuali una ampia condivisione di valori, di interessi, di abitudini, di progetti, di responsabilità tanto che i due partner ricoprono ruoli pressoché sovrapponibili ed interscambiabili ed anche questo fatto finisce col concorrere in maniera determinante a mantenere vivi l'interesse reciproco e l'investimento affettivo. D'altro canto, sono di frequente riscontro coppie omosessuali nelle quali una marcata asimmetria delinea un ruolo equivalente a quello tradizionalmente maschile ed un equivalente a quello tradizionalmente femminile, tanto da mirare una relazione eterosessuale.
Ancora una volta, quindi, l'antinomia tradizionale perde consistenza: eterosessualità ed omosessualità, più che due categorie qualitativamente eterogenee, andrebbero considerate come i due poli di un continuum lungo il quale complementarietà ed identificabilità assumerebbero significato e prevalenza punto per punto. Queste considerazioni rendono ragione di come, molto più spesso di quanto si pensi (o lo si ammetta!), ci sia chi si realizzi affettivamente in una relazione omosessuale in un periodo della vita ed in una eterosessuale di un altro. Di un rapporto sessuale si può individuare con certezza l'omo- o l'eterosessualità; circa i protagonisti, una simile classificazione in molti casi può nel tempo rivelarsi affrettata e riduttiva.
Omosessualità ed eterosessualità rappresentano due atteggiamenti che permettono, rispettivamente, di negare e di superare il complesso rappresentato dalle inconsce invidie del pene e dell'utero. Esiste, tuttavia, una soluzione nella quale queste invidie non verrebbero, sempre in una prospettiva psicanalitica, né rimosse né superate ma diverrebbero il fondamento di un disegno esistenziale che porterebbe l'individuo a subordinare la sua intera esistenza all'istanza avanzata nei confronti della società di cambiare sesso: il "progetto di vita transessuale". Il transessualismo, in questa prospettiva, si configurerebbe come una condizione distinta sia dall'omosessualità, sia dall'eterosessualità. Nell'eterosessualità, infatti, verrebbe, secondo la teoria psicanalitica, desiderata l'appropriazione dell'organo oggetto d'invidia e, per metonimia, dell'individuo di esso dotato. Nell'omosessualità, per contro, l'invidia per l'utero (e con esso la vagina, il seno...) o per il pene non posseduti, verrebbe negata contestualmente ad una svalutazione di essi e ad un ripiegamento narcisistico della "libido" per cui la relazione con l'altro avverrebbe per "identificazione proiettiva", vale a dire per riconoscimento reciproco di sé (o delli'ideale fantastico del Sé) nel partner. Nel transessualismo, infine, l'invidia per l'organo non posseduto si esaspererebbe sino a determinare, per metonimia, un ulteriore fenomeno noto alla psicanalisi: l'"identificazione con l'oggetto d'amore", mediante il quale, sul piano fantastico dell'inconscio, il soggetto e l'oggetto del sentimento diverrebbero la stessa entità. È verosimile che in tal caso l'investimento libidico avvenga indifferenzialmente sull'immagine idealizzata dell'altro sesso e contemporaneamente su quella transfigurata in essa del Sé ideale. In altri termini, il transessuale, originariamente, probabilmente ama perdutamente l'uomo o la donna, fantasticati come assoluti e perfetti, che avrebbe voluto essere. La libido, quindi, in una certa fase, per lo meno, sarebbe ripiegata narcisisticamente disponibile per un investimento oggettuale. Ciò potrebbe spiegare la difficoltà che i transessuali generalmente incontrano a realizzare legami affettivi.
L'identificazione con l'individuo possessore dell'organo invidiato sarebbe nel transessuale tanto profonda da determinare, di norma, una svalutazione del proprio pene e del proprio utero al punto che talvolta essi finirebbero coll'essere percepiti come una sorta di "persecutore interno" alla cui esistenza attribuita la responsabilità del mancato possesso dell'oggetto d'invidia. In taluni casi, in passato, simili atteggiamenti mentali si sono drammaticamente risolti in una automutilazione.
Talvolta, tuttavia, sembra attivarsi un meccanismo protettivo, autoconservativo, forse di natura schizoide, che nega la relazione tra organo genitale ed individuo sessuato L'identificazione con l'individuo possessore dell'organo invidiato verrebbe "sublimata", desessualizzata, scindendola dalla invidia per l'utero o per il pene che verrebbe negata e rimossa. In tal modo l'identificazione con l'altro sesso avverrebbe solo sul piano somatico, esteriore, prescindendo dalla anatomia dei genitali. Ciò spiega come taluni transessuali desiderino una completa trasformazione in individui dell'altro sesso mentre altri lo desiderino solo sul piano somatico esteriore.
Essi si sottopongono a tutti i trattamenti estetici ed endocrinologici necessari per l'ammissione all'altro sesso ma sono consapevoli e risoluti a non volerne varcare la soglia chirurgica d'accesso. Per essi, ma molto più difficilmente per osservatori esterni, la preservazione dei propri genitali appare del tutto conciliabile con il desiderio di appartenere all'altro sesso. Tale fenomeno, presente in certo numero di transessuali uomo-donna, se confrontato con l'"invidia del pene" presente nelle donne naturali, potrebbe essere definito "gelosia del pene" e tra i due fenomeni potrebbero essere verificate analogie e complementarietà.

Transessualità tra immagine e realtà
Per un osservatore esterno, il rapporto oggettuale sembra coinvolgere la maggior parte dei transessuali solo in maniera marginale rispetto al loro investimento libidico narcisistico. Nelle loro storie personali i rapporti sentimentali sembrano, per lo più, sfumare nella trama del sottofondo. Spesso il sesso del partner appare essere irrilevante e talora sembra essere correlato in maniera del tutto circostanziale con il sesso anatomico con il ruolo sociale posseduti in un certo momento. Ciò verosimilmente spiega come sia possibile che un transessuale prima di essere sottoposto a riattribuzione di sesso abbia generato con un partner biologicamente complementare.
I legami affettivi di molti transessuali sono labili ed il loro partner, nella condizione uomo-donna, può essere loro talmente indifferente da praticare la prostituzione senza sostenziali riserve personali.
In realtà; come si è detto, probabilmente l'oggetto d'amore di ogni transessuale è un immagine idealizzata del Sé, che come tale viene fantasticato come perfetto. È per questo, forse, che molti transessuali uomo-donna non sono mai appagati dai risultati conseguiti. Essi appaiono come degli artisti che producano un unico capolavoro nel corso della vita e che perciò si sforzino continuamente a migliorarlo ulteriormente. Essi finiscono, così, col sottoporsi ad una serie interminabile di interventi chirurgici e di trattamenti estetici tentando di adeguarsi fantastica, forse sempre più perfetta ed irraggiungibile. Scrive la Millot (1968): "Per i transessuali l'abito fà il monaco e l'involucro corporeo è concepito come un altro vestito riaggiustabile a volontà".
Omosessualità ed eterosessualità, per le ragioni che si son viste, sono categorie difficilmente applicabili ai transessuali. Può, invece, essere omo- od eterosessuale il contesto in cui il fenomeno transessuale può svilupparsi. In molti maschi omosessuali somaticamente inadeguati rispetto allo stereotipo virile od in molte lesbiche costituzionalmente mascoline l'invidia rimossa, per l'utero e per, rispettivamente, il pene, riemergerebbe alla coscienza grazie ad un insieme di circostanze ambientali favorevoli, si caricherebbe delle valenze narcisistiche dell'omosessualità e, facendo del difetto un pregio, evolverebbe in un progetto transessuale. Questo processo spesso è fortemente condizionato dalle pressioni ambientali uomo-donna, ad esempio, è intimamente coeso ed ha carattere fortemente iniziatico. Esso costituisce una vera e propria sottocultura che si atteggia ad "aristocrazia della trasgressione biologica e culturale". In questo ambiente protagonismo ed esibizionismo sono la regola nell'ambito di un mutuo e complice compiacimento. Tutto ciò determina, attraverso una sorta di proselitismo per imitazione, una facilitata evoluzione in senso transessuale della sottile sensazione di emarginazione di cui gli omosessuali effeminati soffrono in un mondo gay il cui modello di riferimento incondizionato è l'esasperato fallicismo del "macho".
In altri casi il fenomeno si verifica in omosessuali immigrati nelle più tolleranti metropoli dai piccoli centri di provincia, caratterizzati ancora da una cultura patriarcale profondamente intessuta di valori fallici. In questi casi la riattribuzione di sesso appare come un provvidenziale artifizio offerto dalla società per riconciliarsi con una propria immagine di "normalità", introiettata. Essa consente di rientrare in un ruolo "onfalico" nella propria "fallica" cultura d'origine. Taluni movimenti politici degli omosessuali, per l'appunto, hanno preso le distanze dal transessualismo che essi giudicano come un compromesso tra una società gelosa dei suoi pregiudizi e degli individui incapaci di integrarsi in una consapevole omosessualità.
In altri casi il fenomeno transessuale si sviluppa in un contesto eterosessuale. In taluni eterosessuali, soprattutto maschi, con "fissazione" della libido in fase "anale", l'invidia per l'utero (per la vagina, per il seno...) non comporta per metonimia un investimento libidico sull'intero corpo femminile ma determina, probabilmente per la prevalenza di un meccanismo schizoide, essenzialmente un "transfert" su una parte del corpo ("parzialismo") o su un capo od un accessorio dell'abbigliamento("feticismo"). In queste "parafilie" l'attrazione erogena è condizionata soprattutto dalla visione degli organi privilegiati (piedi, seno, capelli...) o del "feticci" erogeni. Spesso il soggetto diviene segreto collezionista di tali feticci che, in preda ad eccitazione erotica, può, in mancanza di una più adeguata figurante, animare indossandoli egli stesso. Col tempo questo rituale può arricchirsi di capi ed accessori fino a configurare un vero e proprio feticismo dell'intero abbigliamento, quello che gli studiosi del problema (H. Benjamin, 1968, R. Stoller, 1968, M. Renard) hanno individuato convenzionalmente come "travestitismo".
Gli "appassionati di travestitismo", come essi, invece amano definirsi per distinguersi dagli omonimi prostituti maschi che indossano abiti femminili a solo scopo di lucro, sono, in genere, individui ben inseriti e che godono di stima professionale e di approvazione sociale. Il loro "hobby" (anche questa è una definizione gergale che essi stessi hanno adottato) è perfettamente dissimulato e segreto ed essi appaiono come maschi eterosessuali insospettabili ed irreprensibili, essendo spesso mariti affettuosi e padri premurosi. Ciò non di meno, essi spesso conducono una seconda vita parallela e clandestina. Individuati dal loro "femme name" convenzionale, essi utilizzano un recapito discreto, spesso una casella postale, e talora si organizzano un proprio "pied-à-terre" ove custodiscono la loro collezione di feticci. Coperti dall'anonimato, mutualmente garantito, essi si aggregano in associazione "underground" (F.P.E., Tri Sigma, Beaumont Society...) che pubblicano proprie riviste o bollettini, rivendono ai soci capi d'abbigliamento femminile, talora eccentrici, di taglia adeguata, favoriscono la corrispondenza, l'amicizia e la solidarietà tra i membri del sodalizio. Le più prestigiose associazioni americane dispongono nelle città più grandi di proprie indossatrici, donne naturali, che consigliano i soci e li accompagnano negli acquisti in negozi normali fingendo d'essere le destinatarie del capo d'abbigliamento acquistato ("escort service").
Con il passare del tempo, dopo una fase iniziale di compiacimento per la propria immagine tanto profondamente compenetrata nell'abbigliamento come nessuna donna naturale potrebbe forse mai essere, l'"appassionato di travestitismo" comincia ad essere sempre più esigente. Scrive Benjamin (1968):
"L'impulso travestitistico contiene un elemento di accrescimento. Con l'andare del tempo, da certi individui, possono essere richieste "dosi" sempre maggiori". Man mano che si familiarizza con la propria immagine in abiti femminili il soggetto si percepisce sempre meno credibile come donna e sempre più lontano dalla propria immagine femminile ideale. A poco a poco questa discrepanza si rende sempre più evidente ai suoi occhi sino a diventare intollerabile per cui comincia a farsi strada in lui il desiderio di adeguarsi a questa immagine ideale e prende così corpo un "progetto di vita transessuale".
Una vocazione transessuale può manifestarsi anche in un contesto sado-masochista, ancora una volta maschile e generalmente eterosessuale. Molti uomini, anch'essi con una fissazione della libido in fase anale, vivono la loro sessualità in chiave sado-masochistica. Essi operano un'inconscia esasperazione dei ruoli sessuali culturalmente stereotipati sino a formulare i sincretismi "mascolinità-sadismo" e "femminilità-masochismo". Anch'essi giungono ad utilizzare, in mancanza di una partner adeguata, il proprio corpo per impersonificare una figura femminile assolutamente sottomessa e reificata, che essi qualificano nel proprio codice gergale come "schiava-prostituta". Ad un certo punto la loro personalità appare sdoppiata diacronicamente in una fase maschile-sadica in cui l'individuo si compiace di contemplare se stesso nella fase femminile masochistica che con la prima si alterna. Anche in questi casi il protagonista finisce con l'interpretare il ruolo della propria partner ideale con molta maggiore docilità e realismo di quanto potrebbe fare una vera donna per cui egli finisce con l'operare un vero e proprio investimento libidico narcisistico su sé stesso nelle spoglie rituali femminili. In taluni casi da questo investimento narcisistico può successivamente svilupparsi una evoluzione transessuale. Secondo una delle posizioni prevalenti tra gli psichiatri la stessa richiesta di intervento chirurgico di riconversione sessuale andrebbe in taluni casi letta in chiave masochistica come aspirazione castratoria autopunitiva (C. Loré & P. Martini, 1984).
Il più delle volte feticismo e sado-masochismo si contaminano a vicenda per cui la distinzione tra le due forme espressive di travestitismo è più che altro descrittiva. Tuttavia la presenza di queste "parafilie", espressione di un erotismo tipicamente maschile (J. Money, 1976), in molti casi di transessualismo uomo-donna, tradisce la matrice originaria della personalità che si rivela coerente con il sesso biologico. Queste parafilie, infatti, sono virtualmente sconosciute nella donna, la cui espressione parafilica di gran lunga prevalente è, semmai, la cleptomania.
Tutti i modelli evolutivi descritti del fenomeno transessuale sono processi dinamici che possono, in ogni fase, fissarsi, regredire o progredire ulteriormente. Essi possono, inoltre, contaminarsi reciprocamente, come si è visto, e complicarsi ulteriormente con fenomeni circostanziali. Non è raro il caso in cui un "appassionato di travestitismo" sado-masochista e/o feticista, abitualmente eterosessuale, si compenetri così profondamente nella parte impersonificata, da aprirsi ad esperienze di "omosessualità rituale", vale a dire da accettare, anzi spesso desiderare, solo in questo ristretto ambito un partner dello stesso sesso biologico in pura coerenza logica e formale con il ruolo interpretato. L'attività sessuale prevalente dell'appassionato di travestitismo, tuttavia, è un autoerotismo estremamente gratificante nel quale egli si fantastica spesso come donna all'interno di una relazione lesbica. Scrive Catherine Millot (1984): "Questa virata verso l'omosessualità femminile è assai frequente, come nota Colette Piat in "Elles... les travestis", tanto che Janice G. Raymond, dal suo punto di vista, vi intravede un'astuzia in più del patriarcato. "Sappho by Surgery" è il titolo di uno dei capitoli del suo libro. Queste "transexually constructed lesbian-feminists" (lesbismo e femminismo vanno qui di pari passo) rappresenterebbero la realizzazione di un vecchio fantasma maschile di penetrazione dell'intimità delle donne tra di loro, autentica violenza mentale che, secondo lei, non fa che manifestare, sotto le apparenze femminili, la loro inestirpabile virilità". Se all'immagine della "surgically constructed lesbian-feminist" sostituiamo addirittura un'immagine androgina, integra per effetto di quella "gelosia del pene" di cui si è detto, appare del tutto comprensibile l'aggressività di un lesbo-femminismo che, oltre a non aver probabilmente risolto la propria "invidia del pene", è forse schierato a difesa della propria "gelosia della vagina".
Il fenomeno transessuale appare ancora più complesso se si prendono in esame i condizionamenti sociali solo incidentalmente legati al sesso. Il ruolo sociale "fallico" implica certe connotazioni quali la competitività, la produttività, l'aggressività, l'autodeterminazione, l'autosufficienza, l'ambizione al successo, al prestigio, al guadagno. Tali premesse postulano l'esistenza di ampie frange di "perdenti", attuali o potenziali. In questa prospettiva il ruolo "onfalico" sarebbe meno frustrante e più rassicurante per cui taluni maschi insicuri potrebbero rievocare inconsciamente la propria invidia dell'utero e rifugiarsi in un meno stressante universo femminile. Questo meccanismo trova una sua conferma transculturale nei costumi di talune popolazioni seminomadi di cacciatori-raccoglitori amenindi e della Mongolia presso le quali le dolorose e cruente cerimonie di iniziazione puberale al ruolo di guerriero-cacciatore respingevano i maschi meno identificati in senso fallico. Per costoro la tradizione prescriveva l'adozione di abbigliamento, codici di comportamento, ruolo sociale e sessuale femminili godendo, comunque, della comune approvazione spesso rivestendo prestigiose funzioni sciamaniche.
Quest'ultimo modello interpretativo del fenomeno transessuale, per altro perfettamente compatibile con gli altri precedentemente esposti, forse contamina gli altri meccanismi molto più spesso di quanto si pensi. Ciò potrebbe trovare conferma nel fatto che molte transessuali uomo-donna che praticano la prostituzione sembrano vivere la loro neofemminilità in chiave, tutto sommato, "fallica". Tutto in loro è aggressivo, competitivo: il seno deve essere il più grande, gli zigomi i più esotici, le labbra le più carnose, l'abbigliamento il più costoso e stravagante. La neovagina stessa ha un ruolo "fallico", all'insegna del "principio di prestazione" caro a Marcuse, e come un fallo viene confrontata in termini quantitativi di centimetri di profondità e di ampiezza. L'intero corpo viene assimilato ad una piccola azienda ed una serie di silligismi sembra sintetizzare l'ideologia con la quale molte transessuali prostitute sembrano quantificare in termini monetari il successo conseguito dalla progressione del proprio progetto di femminilizzazione: "Sono diventata una donna quanto più mi pagano".

Transessualità e realtà sociale
Il fenomeno transessuale è reso ancor più complesso dal fatto che le istanze del transessuale interagiscono con i bisogni di altri individui e più in generale con le aspettative di un'intera società. Il transessualismo, a voler ben guardare, è un fenomeno in parte jatrogeno. Scrive la Millot (1984): "... non c'era transessualismo prima che H. Benjamin e R. Stoller l'avessero inventato. C'erano deliri di metamorfosi sessuale, il che non è lo stesso". Ed ancora: "Non ci sono transessuali senza chirurghi e senza endocrinologi. In questo senso il transessualismo è un fenomeno moderno". In questa chiave è forse interpretabile la netta prevalenza del transessualismo uomo-donna rispetto al caso inverso. Il transessualismo uomo-donna è fortemente enfatizzato dai mass-media dalle "lucciole" e dalle "falene" che popolano i viali metropolitani notturni. Il processo di riattribuzione si risolve talora in una operazione di promozione sociale che porta un oscuro apprendista alla ribalta della cronaca nelle vesti di attrice, ballerina, presentatrice televisiva... Anche dal punto di vista medico la procedura si presenta come un'offerta confezionata in maniera invitante, collaudata nella tecnica e relativamente garantita nei risultati. Non è così per il transessualismo donna-uomo che viene presentata dalla stampa sempre in tono minore, con massimo rilievo per le difficoltà affrontate e senza nascondere la modestia dei risultati conseguiti. E tutto ciò a ragione, nella misura in cui la chirurgia della conversione donna-uomo non è ancora uscita dalla fase sperimentale. Tutto ciò probabilmente non è estraneo al fatto che la maggior parte degli aspiranti alla riattribuzione di sesso sono maschi. Un contatto, tuttavia, anche occasionale con il mondo omosessuale femminile è estremamente illuminante circa l'ostentazione di abbigliamento ed atteggiamenti mascolini per effetto dei quali molte lesbiche si compiacciono d'essere scambiate per maschi.
Fu H. Benjamin (1968) che diede dignità scientifica e diritto di cittadinanza nel mondo dei progetti reali al rifiuto che molti individui, da sempre ed in ogni cultura, hanno espresso, come gioco, come fantasia, come manifestazione artistica o come sogno, nei confronti dell'appartenenza al proprio sesso biologico. Prima del transessualismo di Benjamin esisteva solo la "metamorfosi sessuale paranoica" di R. Kraft-Ebing.
Benjamin fu, in un certo senso, un liberatore, in senso rivoluzionario, ma da allora, sostiene la Millot (1984), è divenuto concreto anche il rischio che le fantasie di onnipotenza del giudice e del chirurgo diventassero complici di quelle del transessuale. I legislatori, spesso apparentemente illuminati e bene intenzionati, sono stati, talora, traditi dalla fretta di ricondurre una devianza in realtà scomoda ed imbarazzante all'interno delle due uniche "normalità" che essi riuscivano a concepire. Il transessualismo, a ben guardare, non sempre e non per tutti ha un significato liberatorio ma, al contrario, può essere permeato da un velo di normalizzante perbenismo che lo configurerebbe come uno strumento efficace nel tentativo di disinnescare la carica provocatoria e trasgressiva dell'omosessualità. In effetti, nel nostro paese, l'omosessualità è ancora in attesa di qualcosa di più rispetto ad una imbarazzata tolleranza, tassata da taciute riserve, mentre la transessualità può valersi già di sentenze della magistratura.
Il transessualismo è un fenomeno culturale e come tale può essere letto nel registro dei significati. La sessualità nell'ambito delle culture giudaico-cristina ed islamica è gravata da sensi di colpa che prendono corpo nei fantasmi catartici connessi con le esperienze dolorose e cruente che scandiscono la vita sessuale femminile: il menarca, la deflorazione, la mestruazione, il parto. Il dolore ed il sangue perduto sono gli strumenti mediante i quali la donna sembra espiare inconsciamente, sul piano soggettivo, il suo senso di colpa legato al piacere sessuale, per il quale viene colpevolizzata, ed agli occhi del maschio sembra pagare il suo tributo per il ruolo di protagonista che le è riservato nella riproduzione ("... partorirai i figli nel dolore..."). Ma anche il maschio soggiace a queste stesse suggestioni per cui nemmeno lui riesce a sottrarsi alla compulsione ad una iniziazione dolorosa e cruenta al ruolo virile. La circoncisione rituale mentre esorcizza il fantasma di castrazione opera contestualmente una simbolica deflorazione maschile che rimanda integralmente alle fantasie di identificazione femminile che covano latenti nell'inconscio dell'uomo. G. Ròheim (1945) osservò che presso molte tribù primitive la circoncisione era sostituita dalla "subincisione", consistente in una ferita che dal glande, percorrendo la superficie inferiore del pene e dello scroto, riapriva il "rafe penieno e scrotale", la cicatrice fisiologica che rappresenta l'esito della chiusura, avvenuta in fase fetale, dell'abbozzo vaginale maschile. La ferita ottenuta con la subincisione veniva, presso quelle popolazioni, chiamata "vagina" o "utero" del pene. Essa veniva nuovamente cruentata nel corso di cerimonie rituali, mimando una "mestruazione maschile". Ma la liturgia delle manipolazioni cruente dei genitali non risparmia neppure la donna: presso molti gruppi etnico-religiosi le fantasie persecutorie di castrazione maschili vengono proiettati anche sulle femmine le quali devono ulteriormente espiare la "colpa" di appartenere al proprio sesso (proiezione dell'invidia dell'utero) subendo la clitoridectomia e l'infibulazione.
Come la maggior parte degli autori ha osservato, anche il transessualismo non è estraneo a questi processi inconsci. Gli antecedenti storici e mitologici del fenomeno nella cultura occidentale si rifanno a riti iniziatici di castrazione presenti presso alcune sette mistiche o religiose (H. Benjamin, 1968, C. Millot, 1984, C. Loré & P. Martini, 1984). Sulla base di queste considerazioni risulta difficile sfuggire alla tentazione di vedere nella chirurgia transessuale una sorta di espiazione cruenta della trasgressione, un "battesimo di sangue" da cui l'individuo riemerge purificato ad una nuova verginità, un obolo cruento che deve essere pagato per acquisire il diritto di ammissione al nuovo sesso. Come le cicatrici per un antico guerriero così il pregresso intervento chirurgico costituirebbe per il transessuale la prova del merito acquisito. Ed è verosimile che questo meccanismo operi inconsciamente anche nelle menti dei giudici e dei chirurghi per cui il transessuale operando od operato potrebbe apparire più "meritevole".

Sessualità ed androginia
L'identità di genere, individuata, come si è detto, da Stoller, si struttura anche sulla base delle convenzioni semantiche e grammaticali. Non a caso l'identità di genere si acquisisce contestualmente all'apprendimento del linguaggio (Money & Ehrhardt, 1976, Stoller, 1968) ed è mediante il linguaggio che discriminiamo inequivocabilmente "lui" da "lei" e che prendiamo atto che "lui" è divenuto "lei".
In termini biologici il sesso è una realtà ancora inaccessibile agli interventi manipolativi, per lo meno nei vertebrati superiore, e quindi immutabile. Il "cambiamento di sesso" è una convenzione giuridica in base alla quale si prende atto del fatto che l'aspetto esteriore di un individuo è divenuto identico a quello proprio dell'altro sesso per cui si conviene che, ai fini sociali, egli può essere omologato alle persone dalle quali non è più distinguibile. Sulla base della consapevolezza della convenzionalità del provvedimento, nelle varie legislazioni si sono adottate diverse misure nello stabilire il margine di approssimazione tollerabile nei confronti nel sesso di elezione. La normativa italiana è, in questo senso, restrittiva; quella della Repubblica Federale Tedesca, invece, estensiva. Molti psicologi hanno, ormai, l'impressione che almeno per una parte dei transessuali "l'importante non essere ma sembrare". Scrive la Millot (1984):
"... i giuristi, in ciò d'accordo con gli specialisti, ravvisano l'opportunità di accordare il cambiamento di stato anagrafico e dei transessuali non operati che presentino l'apparenza del sesso scelto". Ed ancora: "Si avrà presto una legge stolleriana: essa farà distinzione tra sesso (organo) e genere (identità)".
Le legislazioni della Repubblica Federale Tedesca, come si è detto, è già allineata su queste posizioni. La norma che in quel paese regola la materia (Legge 10 settembre 1980, I, Nr 1654) prevede una procedura in due tempi. La prima tappa, "die kleine Lòsung" (la piccola soluzione) consente in cambiamento anagrafico del solo nome di battesimo, non del sesso. La seconda tappa, "die grosse Lòsung" (la grande soluzione) consente la vera e propria riattribuzione di sesso, valida a tutti gli effetti ed analoga al corrispondente provvedimento italiano. La seconda tappa è facoltativa e nessun limite di tempo è posto per la eventuale pausa intercorrente tra i due procedimenti (C. Loré & P. Martini, 1984).
Nel nostro paese, vigenti le attuali normative, una condizione analoga a quella configurata dalla kleine Lòsung, anche se nella transeunte fase preoperatoria, è ai limiti della illegalità. Il transessuale non operato che apparisse esteriormente già come un individuo dell'altro sesso e si comportasse, di conseguenza, in maniera conforme al sesso di elezione, si esporrebbe alla denuncia per diversi reati: violazione dell'art. 85 del T.U. delle Leggi di P.S. ("Travestimento in pubblico"), dell'art. 494 del C.P. ("Sostituzione di persona"), art. 495 e 496 C.P. ("Falsa attestazione o dichiarazione ad un pubblico ufficiale sulla propria identità").
Un incentivo in più a sottoporsi all'intervento chirurgica od ad accelerarne i tempi è, poi, per il transessuale il fatto che la sua consizione "in itinere" è definita comunque mediante espressioni negative: "Non più uomo - non ancora operato - non ancora donna". Non è correntemente in uso alcun termine che individui con espressione positiva chi si trovi in siffatta situazione. Anche la parola "travestito", a tal proposito abusata (come si fa a definire "travestito" chi sembrando realisticamente una donna... si veste da donna?), suona a disapprovazione ed è connotata da estremo squallore.
Nella nostra cultura ha fatto in questi anni il suo ingresso un concetto che sinteticamente definisce il patrimonio di pensiero sessuato condiviso da uomini e donne: l'"Androginia". Il concetto è riferito soprattutto alla psiche ma ha trovato anche una sua applicazione corporea per cui in taluni ambienti sensibilizzati al problema del transessualismo si ci si è riferiti a transessuali non operati come "androgini" e/o "androgine". Ed "androgino", si badi bene, non è un neologismo: è il termine italiano corretto con il quale si definisce un individuo nel quale alcuni caratteri sono propri di un sesso, i restanti dell'altro. Esso va distinto da "ermafrodito" che è, invece, un termine proprio della biologia con il quale si indica un essere vivente nel quale sono compresenti, morfologicamente completi e funzionalmente sufficienti, tutti i caratteri dei due sessi.
La kleine Losung della normativa tedesca individua in una condizione fisica di androginia una tappa evolutiva, che può, in un certo numero di casi, risolversi in una condizione stabile, del processo transessuale. In pratica, in questo modello, il transessualismo non è sempre un percorso completo da un sesso all'altro ma in taluni casi esso si arresta in quel punto nel quale si verificano le migliori condizioni di equilibrio emotivo del soggetto. "Questa aspirazione a un terzo sesso", scrive la Millot (1984), "è molto più presente di quanto gli stereotipi concernenti il transessualismo lasciano supporre... È al sesso degli angeli che i transessuali intendono appartenere". Ed il riferimento al "sesso degli angeli" è quanto mai opportuno nella misura in cui l'iconografia cristiana (ma non quella mesopotamica!) ha sempre celato sotto ampie tuniche quelle fattezze che i più fantasticavano come androgine. Scrive Pietro Raffaelli:
"Chissà perché, nessun dubbio d'identità sessuale fu invece sollevato a proposito dei diavoli: pur essendo ex angeli, tutti i diavoli furono raffigurati con attributi maschili".
L'andrologia, comunque, è un fenomeno che trascende il transessualismo. Sul suo orizzonte si sono affacciati i padri impegnati in ruolo materno e, sull'altro versante, l'"amazzone", da stereotipo letterario ed erotico maschile, è divenuta, oggi forse più della "strega", il modello di identificazione, nello sport come nella professione o nella vita, di molte donne assertive ed indipendenti. L'androginia, in una cultura per molti versi ancora fallocratica, avrebbe per qualcuno un contenuto provocatorio ed esplosivo nella misura in cui, sfumando i confini tra i sessi, candiderebbe ad estinzione ogni pretesa gerarchia tra di essi. Esiste però, nel dibattito attuale, una diversa opinione nei suoi riguardi secondo la quale essa rischierebbe, in mancanza di una preventiva messa in discussione della codificazione dei ruoli sessuali e dei conseguenti ruoli sociali, di confermare la gerarchizzazione tra i sessi in modo ancor più rigido e vincolante.
I ruoli, infatti, maschile e femminile, così come si sono storicamente configurati, non sono equivalenti, né sul piano simbolico, né sul piano sociale. In questo caso non può esserci armonica fusione, bensì l'inglobamento dell'uno, il dominato, da parte dell'altro, il dominante. Infatti, a livello di immaginario collettivo, l'androgino/a è una figura connotata al maschile, che assomma in sé tratti del femminile definiti secondo la polarizzazione tradizionale: intuizione, emotività, dolcezza...
Il discorso diventerebbe, secondo questa diversa corrente di pensiero, la rottura della contrapposizione maschile/femminile, presentata e vissuta al naturale, mentre sarebbe storicamente determinata, dalla quale deriverebbero tutte le altre opposizioni presenti nella nostra cultura: uomo/donna, corpo! mente, natura/cultura, privato/pubblico... (L. Melandri, 1987).
I ruoli sono stati, infatti, costruiti in base a caratteristiche ed aspetti considerati propri rispettivamente dell'uno o dell'altro sesso ed attribuiti, secondo il criterio rigidamente disgiuntivo dell'aut/aut, invece che del coordinativo et/et, all'uomo ed alla donna reali. A giustificazione del processo si è portata una base biologica mentre, come stanno ormai affermando antropologhe ed antropologi sulla scorta delle loro ricerche transculturali, "... molte delle caratteristiche che normalmente classifichiamo come maschili o femminili possono differenziare sia i maschi che le femmine di una cultura da quelli di un'altra e, in altre cultura ancora, rivelarsi all'opposto di quanto ci aspetteremmo". (N. Chodorow, 1975).
Come conseguenza di tale rigida suddivisione sono stati elaborati modelli culturali e comportamentali elastici e variabili nel tempo quanto basta, comunque, al mantenimento ed alla riproduzione di un determinato ordine sociale, ai quali gli uomini e le donne reali devono adattarsi e confermarsi, pena l'esclusione, la marginalizzazione, la censura sociale. C'è da osservare, infine, che il ruolo femminile è considerato, nella nostra società, subalterno a quello maschile e, in virtù della suddivisione di cui si è parlato, le persone a cui è stato attribuito, le donne, appunto, sono state considerate subordinate: Eva tratta dal costato di Adamo.
A verifica immediata di quanto osservato, si consideri l'androcentrismo della lingua, il più potente strumento di percezione e categorizzazione della realtà di cui disponiamo. Le dissimetrie grammaticali, la derivazione del femminile, per variazioni della desinenza, dal maschile, presentato come forma base, nonché le dissimetrie semantiche sono spie ed al contempo fonti, dato che il processo educativo si svolge in gran parte attraverso la lingua, di quelle rappresentazioni stereotipate rispetto ai due generi che sono tuttora vive ed operanti nella nostra coscienza individuale e collettiva.
Allora, invece che la cancellazione della differenza sessuale in una apparente neutralità, l'androginia, marcata in realtà al maschile, la strada può essere quella di continuare l'analisi e le ricerche che si stanno compiendo negli ultimi anni per giungere alla costruzione in una dualità, questa volta non più oppositiva, dei soggetti sessuali, culturalmente, simbolicamente e biologicamente differenti ed interagenti, in modo da liberare le donne e gli uomini reali dall'attuale codificazione dei ruoli che vincola ed imprigiona il libero esprimersi di nuove identità di genere.

Conclusione
Il fenomeno transessuale non riguarda solamente i suoi protagonisti. Al contrario, esso coinvolge anche tutti coloro, uomini e donne naturali, che con i transessuali hanno rapporti effettivi sessuali, sociali o culturali. E tra queste persone possono essere rintracciati i più diversi atteggiamenti che vanno dalla comprensione e dalla solidarietà alla complicità ed alla curiosità morbosa. Esiste, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, una vera "domanda sociale" di transessuali, o meglio, di "androgine" che ha determinato la costituzione di un vero e proprio "mercato". L'indagine dei mass-media è sempre morbosamente focalizzata sulle transessuali prostitute, omettendo di indagare, per una sorta di taciuta complicità, forse, sulla natura delle prestazioni richieste. Ci si potrebbe accorgere che esiste una grossa domanda di omosessualità da parte dei maschi eterosessuali e ciò rimanda il discorso al più vasto campo di indagine che è la sessualità umana in toto, sulla quale lo studio del transessualismo potrebbe aprire una preziosa ed insostituibile finestra d'osservazione in più.
L'intero mondo delle "parafilie" è scientificamente poco conosciuto. Psicologi e psichiatri hanno su di esse cognizioni che in gran parte derivano dalle proprie esperienze terapeutiche per cui tali espressioni della sessualità umana appaiono loro indistricabilmente contaminate dalla sintomatologia della psicopatologia che ha condotto il paziente in cura. È raro che uno specialista abbia l'occasione di esaminare una parafilia come tratto puro della personalità. Da ciò deriva una conoscenza pregiudiziale, riduttiva e lacunosa.
Anche il transessualismo non sfugge a questa logica della pseudoconoscenza. Le stesse autobiografie dei transessuali che aspirano alla riattribuzione di sesso sono generalmente filtrate attraverso la pragmatica consapevolezza circa l'opportunità di ostentare credibilità, coerenza e conformismo negando dubbi, riserve ed incertezze. La Millot (1984) parla, senza reticenze di "... biografie ritoccate a fini apologetici... stereotipate per confermarsi al quadro transessuale". Ira B. Pauly (1964) definisce i transessuali "storici inattendibili". J. Delay parla di una "distorsion du souvenir", vale a dire "... una alterazione delle facoltà mnemoniche, per cui i soggetti operano una selezione tra i propri ricordi costruendosi una storia che avvalori il sentimento di appartenenza al sesso opposto" (C. L6ré & P. Martini, 1984). L'indagine operata dai mezzi d'informazione, invece, è sicuramente più ampia di quella scientifica ma è generalmente tassata da morbosità, da platealità, da scandalismo, da superficialità ed è, in fondo, scarsamente motivata ad una vera conoscenza.
La reale portata del fenomeno transessuale è tuttora sconosciuta ma se si considerano il gran numero di riviste erotiche dedicate all'argomento, le lettere, le foto e le inserzioni inviate alle loro redazioni si intuisce un intero mondo alla ricerca di condivisione e di complicità. Il proliferare di "appassionati di travestitismo" piuttosto che di "travestiti per hobby" è tutt'altro che sporadico e meriterebbe forse indagini più accurate, effettuate con competenza, finalità e rigore scientifici. Saperne di più nell'interesse di tutti diviene, a questo punto, opportuno anche perché dovremo forse rifondare l'intera sessuologia alla luce dei fatti reali che sono, tutto sommato, poco ossequienti nei confronti del conformismo e delle ideologie prevalenti.

BIBLIOGRAFIA
Benjamin H., Il fenomeno transessuale, Astrolabio, Roma, 1968.
Bettelheim B., Ferite simboliche, Sansoni, Firenze, 1973.
Canestrari M., Uomo o donna, C.L.U.E.B., Bologna, 1988.
Chodorow N., Essere e fare: un esame interculturale della socializzazione maschile e femminile, in "La donna in una società sessista", a cura di V. Gornick e K. Moran, Einaudi, Torino, 1975.
D'Addino Serravalle P., Perlingieri P., Stanzone P., Problemi giuridici del transessualismo, E.S.I., Napoli, 1981.
Fornan F., Simbolo e codice, Feltrinelli, Milano, 1976.
Frontali M., Il transessualismo: la genesi dell'identità sessuale, in Nuova D.W.F., n. 17, 1981.
Giani Gallino T., Laferita ed ilre: gli archetipifemminili della cultura maschile, Cortina, Milano, 1986.
Lorè C., Martini P., Aspetti e problemi medico legali del transessualismo, Giuffrè, Milano, 1984.
Melandri L., L 'androgino nei media e nella letteratura femminile, in "Presenze", Centro Problemi Donna, Milano, 1987.
Money i., Ehrhardt A. A., Uomo, donna, ragazzo, ragazza, Feltrinelli, Milano, 1976.
Millot C., Aldilà del sesso: saggio sul transessualismo, F. Angeli, Milano, 1984.
Piat C., Elles... les "travestis ", Presse de la Cité, Parigi, 1978.
Raymond i. G., The transsexual empire, Beacon Press, New York, 1968.
Roheim G., Gli eterni del sogno, Guaraldi, Roma, 1945.
Stoller R. J., Sex & Gender, Hogart Press, New York, 1968.

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Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990 
 
 
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