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Lunedì 25 Marzo 2019

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Psicopatologie nel transessuale | Stampa |
di Roberta Ribali
La transessualità è di per sé una psicopatologia?
Quali sono le psicopatologie eventualmente concomitanti o secondarie?
Nell'ambito del tema del convegno, sembra indispensabile cercare di chiarire e di dare una risposta al quesito: la transessualità è di per sé una psicopatologia? Dopo aver ricercato una risposta, potremo esaminare e quali possono essere le psicopatologie concomitanti nel transessuale e nel suo éntourage, legate a psicodinamiche nelle quali l'elemento transessualità sia scatenante o perlomeno centrale.

Il quesito sulla "patologia" del fenomeno transessuale, che di primo acchito appare così importante, merita in sé dell'attenzione: mentre a livello di avanguardie intellettuali una risposta sembrerebbe chiara o magari addirittura superata, a livello di inconscio collettivo è ancora rivestita da sovrastrutture fobiche e da meccanismi proiettivi che gli stessi mass media, più o meno in buona fede, contribuiscono ad ipertrofizzare. Nella stessa misura in cui sostengo che è importante cercare di dare una risposta a questo quesito, ne vorrei sottolineare paradossalmente la dimensione di relatività.
Il nostro quesito ci appare fondamentale in quanto da secoli noi siamo abituati a un certo tipo di ragionamento. La nostra è una cultura cosiddetta scientifica: il problema della conoscenza è stato affrontato dalla civiltà occidentale in modo peculiare, rifiutando cioè ogni ipotesi di tipo metafisico e procedendo sul piano della ragione, del principio di causalità, dell'esperienza. Noi ragioniamo dando per scontato che la realtà esista e che sia un possibile oggetto di indagine e conoscenza obiettiva, ottenuta appunto tramite un approccio che definiamo scientifico.
Al di fuori del nostro gruppuscolo di occidentali che si crede punta di avanguardia della civiltà, si può riscontrare che molti miliardi di persone ragionano in tutt'altro modo.
La cultura islamica, ad esempio, a noi così vicina geograficamente ma così lontana nella nostra conoscenza, presenta una viva ed interessante contraddizione nel considerare il problema transessuale. Da una parte, la dottrina di stretta osservanza coranica non ha dubbi e identifica il transessuale come un peccatore e un trasgressore della legge. Una persona, per il buon ordine delle cose, deve essere o maschio o femmina: i due sessi sono nettamente separati, meglio, segregati, senza possibili vie intermedie.
Questa segregazione però crea a sua volta un elemento di contraddizione: le pulsioni eterosessuali sono difficilmente soddisfatte, al di fuori del matrimonio, e pertanto nella comunità di uomini e di donne la repressione consente l'insorgere di sbocchi alternativi. L'uomo gioca a vestirsi da donna, talvolta si sente tale. Il Corano proibisce, ma la rigidità stessa della regola, che non è solo religiosa, ma soprattutto sociale, favorisce la tacita accettazione di chi trasgredisce.
È possibile pertanto la punizione più severa così come la tolleranza, al di fuori sempre e comunque di qualsiasi considerazione sulla "psicopatologia" come la intende l'Occidente. In altre parole, il nostro quesito, così come è posto, non ha alcun interesse reale per almeno un quarto dell'umanità.
Una risposta forse ancora più sconcertante ci viene poi da molte discipline orientali.
La metafisica, da noi accantonata e dimenticata per la maggiore, rappresenta un terreno preferenziale per gli intellettuali con altri modi di pensare. Nella grande cultura orientale tradizionale il nostro approccio scientifico interessa poco, talvolta è visto quasi come una curiosità antropologica. Ad esempio, per la cultura Indu la realtà, di cui si occupa la scienza, è pura apparenza e quindi conta limitatamente. Come per il Piccolo Principe di St. Exupery, la cui lettura ci è più familiare dei Veda, "la cosa importante è la cosa che non si vede".
Un corpo maschile può essere occupato da un'anima femminile e viceversa: il risultato porterà di certo a una condizione di sofferenza, nell'esperienza della realtà.
Ma se si è abituati a pensare e a vivere in altro modo, questa situazione appare poco rilevante, per una serie di considerazioni.
Primo, la vita è fuggevole, è fatta di apparenza: poi, è solo un episodio, di fronte all'eternità delle successive reincarnazioni. Questo atteggiamento conduce al distacco da se stessi e alla tolleranza da parte degli altri: il perché o il come una persona diventa transessuale - o se ciò sia un problema di psicopatologia - è evidentemente irrilevante, il principio di causalità non interessa a nessuno, la realtà è solo "maja", l'apparenza, l'illusione.
Se ci rapportiamo infine alla tradizione occidentale, constatiamo che la transessualità è stata accostata alla psicopatologia solo in tempi molto recenti.
La nozione stessa di malattia mentale è relativamente giovane, essendosi sviluppata soltanto nel secolo scorso e, a tutt'oggi, è oggetto di controversia. Storicamente, il fenomeno transessuale è stato valutato nei contesti e nei modi più contradditori: gli androgini convivevano nell'Olimpo con gli Dei greci e romani, ed erano oggetto di amore e desiderio da parte di filosofi, imperatori e benpensanti. Il transessuale uomo era considerato spesso con sorridente indulgenza.
È interessante notare per inciso che questo atteggiamento di tolleranza sembra di intravvederlo sopravvivere ancora in quella che una volta era la Magna Grecia: molti transessuali italiani sono originari di quelle zone, e, al di fuori di ogni statistica ufficiale, non si può escludere che possano permanere degli elementi psicologici e sociali catalizzanti, sopravvissuti nei secoli del modo di essere proprio del maschio mediterraneo.
Ritornando al filone storico, troviamo che il cristianesimo medioevale ufficiale ha spazzato via ogni istanza di tolleranza, che però è sopravvissuto in modo occulto trasmesso nei secoli dalle iconografie dell'esoterismo: le simbologie occulte di alcune sette segrete cristiane coltivano l'antico mito dell'androgino, che, tramite anche le dottrine alchemiche, è arrivato nei secoli alle radici della nostra cultura psicoanalitica.
Nel Rinascimento si è riscoperto l'interesse per l'uomo, nella sua fenomenologia e nella sua bizzarria, ma, con alterne vicende, il concetto di follia era ben lungi dall'essere definito nei termini di malattia mentale: l'androgino era un diverso, ma attraente nella sua individualità. Successivamente, la repressione sessuale riprende il sopravvento.
È solo nel secolo scorso che il concetto di psicopatologia si delinea nella sua accezione moderna: ma all'inizio del '900 noi troviamo i transessuali ancora ascritti nel novero dei degenerati e dei perversi.
Il fenomeno transessuale è stato catalogato con minuzia, nel tentativo frenetico proprio dell'inizio di questo secolo di classificare con ordine i fenomeni della nuova scienza.
E come degenerati e perversi i transessuali sono stati vittime poi della persecuzione nazista, per ovvie motivazioni.
La tendenza della psichiatra contemporanea (dopo un benefico contagio della fenomenologia e delle correnti di pensiero da essa derivate) è quella di escludere il fenomeno transessuale in quanto tale dell'ambito della psicopatologia, per considerarlo un "modo d'essere" dell'individuo, libero di manifestare la sua sessualità come meglio crede, nel rispetto della dignità propria e di chi lo circonda.
Forse molti psichiatri sono arrivati a questa conclusione dopo aver tentato inutilmente per decenni di trattare i transessuali, nell'intento di "raddrizzarli" sulla "retta via".
Dal momento che ogni terapia si è rivelata inutile, forse, dopo tanti fallimenti, si è preferito decretare che la malattia non sussiste, con sottile cavillosità, chi per convenzione e chi per forza maggiore.
Esaminiamo ora sommariamente le psicopatologie che si ritrovano con maggiore frequenza nel transessuale e nel suo enteurage.
Le situazioni familiari sono per lo più tranquille e tradizionali, senza precedenti che abbiano per così dire preparato il terreno, anche ad una maggiore comprensione.
In altri termini, il piccolo transessuale è solo, isolato e poco capito. Questo è il dato costante di queste storie, che poi si diversificano caso per caso.
Un elemento psicopatogeno importante può essere la figura del padre. Talvolta si incontrano padri autoritari, prigionieri della loro mascolinità, genitori ossessionati dalla vergogna di avere un figlio così lontano dalle aspettative, madri ambigue che mandano segnali di sessualità contradditoria.
Queste diverse situazioni possono ingenerare nel piccolo transessuale diverse patologie, come nevrosi d'ansia o nevrosi fobico-ossessive, nel caso in cui il soggetto rinunci ad una aperta ribellione.
Possono manifestarsi sintomi di depressione latente, così frequenti negli adolescenti, scatenati anche dall'incomprensione e dall'ostilità dell'ambiente scolastico.
Il giovane transessuale però scopre presto che può esercitare un notevole fascino su alcuni compagni: da alcuni viene deriso, ma da altri può essere anche molto amato, e sviluppa meccanismi difensivi di conseguenza. Tendenze esibizionistiche e tratti isterici possono essere utilizzati con successo, per mitigare l'impatto con una realtà ostile, creando una platea plaudente, un pubblico scelto di ammiratori.
Nel transessuale uomo questo aspetto può ipertrofizzarsi e diventare clamorosamente invasivo, assorbendo in sé anche tutte quelle potenzialità di intelligenza e di carattere che potrebbero, in assenza di così gravi difficoltà personali, convogliarsi sul piano della cultura e del lavoro.
Nel transessuale donna gli aspetti esibizionistici in generale sono scarsi: prevale la depressione, la chiusura, l'isolamento, la negazione della propria corporeità.
Comune a tutti i transessuali è il forte interesse per tutte le tematiche sessuali, ben dimostrabile dal test di Rorschach: a un'indagine psichiatrica approfondita, si rilevano talvolta dei disturbi del pensiero, quali idee prevalenti e confabulazioni su spunti sessuali.
Sono possibili alterazioni dello schema corporeo e stati di depersonalizzazione border-line o francamente dissociativi, che hanno come punto di partenza un rifiuto totale della realtà corporea.
Un cenno a parte merita l'analisi della figura del partner del transessuale. Il compagno appartiene spesso allo stesso sesso di partenza, e sembra ben definito come maschio o rispettivamente femmina. Ma se si approfondisce l'anamnesi e lo studio della personalità si scoprono realtà ambigue e indefinite e problemi latenti di identità sessuale di cui il soggetto non sempre è cosciente.
Queste sembrano le tematiche psicopatologiche più frequenti:
ma molti criteri psichiatrici sono discutibili, perché possono contenere a loro volta aspetti rigidi e sessuofobi.
Tutti noi proveniamo da un ambiente sostanzialmente severo, che per tradizione non ha dimestichezza con le gioie del corpo e del sesso. Il transessuale conosce meglio di noi queste sorgenti di piacere. Quindi, anche questi criteri devono essere contestati e discussi, senza riserve e senza proiettare possibilmente sulla figura del transessuale i nostri problemi di identità e i dubbi su noi stessi.

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Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990 
 
 
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