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Giovedì 17 Gennaio 2019

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Modelli psicosessuali | Stampa |
di Gabriella Bravi

Non intendo riproporre in questa breve comunicazione una sintesi o una panoramica che non sarebbe esaustiva del problema oggi trattato sui vari modelli sessuali esistenti.
Già il termine "modello" evidenzia qualcosa che costringe, che non è libera scelta ed è rivedibile. Esiste un rapporto costante fra le organizzazioni sociali, storicamente determinate, ed i vari modelli psicosessuali che ciascuno di noi può assumere.

Le condizioni socio-economiche e quindi culturali nelle quali una persona esprime, a vita, la propria espansione maturativa o la propria situazione marginativa sono le sorgenti dalle quali ciascuno di noi attinge i propri modelli.
Anche il nostro incontro di oggi, prodotto dell'industria culturale che intende favorire la spinta alla "sessualità" come pubblica sollecitazione alla "liberazione" ed alla manifestazione di un modello sessuale diverso, in realtà, può correre il rischio di configurarsi come strumento di depauperizzazione dei valori umani più autentici e potrebbe proprio al transessuale proporre modelli di soddisfacimento illusori ed ancora una volta, alla fine, alienanti.
L'identità individuale, personale di ciascuno potrebbe diventare allora il riflesso di una identità sociale che proposta dal di fuori ingloberebbe tutti e proporrebbe il sesso e l'identità come una realtà che si deve giocare per avere il riconoscimento di uno "status" e non come sorgente potenziale che può far vivere relazioni significative. Il pericolo di esaurire con brevi sintesi un problema tanto grande quanto il transessualismo è proprio questo e cioè di ritenere che un trans sia identico all'altro e quindi di proporre modelli di intervento uguali ed adattabili a tutti.
Sottolineare ancora una volta la distinzione tra maschio e femmina o riproporre il dato biologico-sessuale riporterebbe a labirinti di problematiche teoriche che mi sembrano sterili in questa sede.
La critica all'ideologia del primato eterosessuale porterebbe a ribaltare la psichiatria classica e quindi tutti i concetti di devianza proposti dalla nostra cultura attuale; difficile, in termini non psicoanalitici sarebbe trattare il riconoscimento della complessiva rimozione sociale della componente omoerotica del desiderio.
D'altro lato quanto intendo proporre oggi vuole proprio evitare, anche perché politicamente molto ingenuo, di inventare modelli psicosessuali liberatori; questi travalicando i limiti delle istituzioni sociali, possono innescare una forza liberatoria che tiene conto solo del carattere immediato del soddisfacimento senza valutare la differenza qualitativa di certe altre liberazioni sessuali.
Il modello psicosessuale che invece vorrei riuscire ad offrire è quello del raggiungimento di una sessualità individuale che vista come punto di partenza di ogni dialogo sociale, proprio perché è l'incontro di due persone umane, debba normalmente portare all'amore. Con quale cultura della sessualità, con quale modello una persona possa assicurarsi una normale integrazione, una dimensione esistenziale nel tessuto sociale credo sia compito sempre aperto, universale, ontologico.
Attuare o realizzare un modello sessuale di identità è per ciascuno un processo lento, in un tessuto sociale che quanto più è mutevole e dinamico, tanto più ci impone virate e revisioni per un adattamento.
È un processo lento e faticoso per le persone che seguono modelli sessuali di mascolinità e femminilità accettati e conformi al grande gruppo sociale nel quale si muovono; diventa processo ancor più tortuoso e difficile da viversi, quando si segue una scelta di identità sessuale quale è il transessualismo o l'omosessualità.
Fino ad oggi quasi tutto il comportamento atipico sessuale è stato definito deviante e patologico. L'attenzione è stata posta sull'eziologia, sulla diagnosi, dominio della psicologia clinica o del modello medico. Si chiede quindi uno sforzo di comprensione maggiore per liberare le minoranze sessuali da un implicito e pregiudizioso modo di valutare il loro problema.
Entro tale contesto culturale, il transessuale persona con una identità di genere cross-sex, non conforme al sesso biologico, e con un concetto intensificato del significato di mascolinità e femminilità, viene ad apparire come individuo che ha bisogno di essere "liberato"; le sue esperienze chiariranno ed arricchiranno la conoscenza di tutti sui ruoli sessuali, sulla identità in genere, sulle varie disforie sessuali in questa società.
Proprio per dar conferma della relatività dei "modelli", sul piano degli interventi o dei giudizi propongo di analizzare alcune tra le ricerche più serie ed importanti.
Esse propongono, per la transessualità, alcuni modelli ai quali sembra aderisca la maggior parte dei transessuali.
I dati vengono ricavati direttamente dallo studio del comportamento di coloro che hanno accettato di lasciarsi conoscere. Questi devono diventare momento di riflessione per realizzare cambiamenti nella modalità italiana di affrontare il problema sia da un punto di vista clinico, che psicologico e sociale. La prima ricerca, pubblicata in parte nel 1985 sul Journal of  Nervous and Mental Desease e condotta da James Beatrice ha effettuato misurazioni e confronti tra i livelli di funzionamento psicologico in maschi eterosessuali, travestiti, transessuali preintervento, transessuali post-intervento. Tale ricerca è tuttora in atto, come raccolta di altri dati sullo stesso tema e confronto degli stessi in tempi diversi in altre culture.
Partendo dal presupposto che restano molti dubbi sull'efficacia della riassegnazione chirurgica del sesso, e che la letteratura è ancora seriamente divisa riguardo al funzionamento psicologico del transessuale, l'autore arriva a concludere che, per il transessuale maschio, la chirurgia non è il trattamento elettivo. In sintesi i dati ottenuti lasciano ancora il dibattito aperto anche sulle cause della disfonia di genere. Le numerose turbe psichiche collegate a questo stato sono a monte o sono conseguenza? La transessualità è la punta dell'iceberg dello sviluppo di un io che incorpora una serie sequenziale di tappe che integrano i vari schemi di riferimento, inclusi lo stile cognitivo ed interpersonale, il controllo degli impulsi, le preoccupazioni consce, oppure è un aspetto isolato che può dare un "delirio" monotematico lasciando integre altre aree?
Lothstein sostiene e sottolinea che le ricerche effettuate precedentemente al 1982 hanno presentato seri problemi metodologici: (strumenti non oggettivi, scarso rigore metodologico, fallow-up non completi).
Le ricerche a cui mi voglio riferire per questa relazione non ci hanno dato risultati dei quali riceveremo sicuri modelli di intervento ma, al contrario, ci dovrebbero spingere ad essere più cauti nella decisione di chi potrà o non potrà beneficiare del trattamento chirurgico e ormonale o di altri trattamenti per la condizione di transessualità.
Nella ricerca di Beatrice sui transessuali maschi, i criteri di studio dei soggetti scelti per la modificazione chirurgica sono stati i seguenti. I soggetti dovevano:
1. essere conosciuti e studiati clinicamente da un punto di vista psichiatrico, psicologico, ormonale, ecc., per almeno un anno;
2. aver vissuto ininterrottamente e per almeno un anno, vestiti da donna sentendosi a proprio agio;
3. aver partecipato da almeno 10 incontri di psicoterapia di gruppo organizzati da persone competenti in campo psichiatrico e psicologico;
4. essersi sentiti emozionalmente sicuri e decisi per la riassegnazione chirurgica, senza spinte esterne, meditando da lungo tempo;
5. essere in grado di pagarsi tutte le procedure chirurgiche con fondi personali ottenuti da lavoro serio.
I soggetti di questo campione avevano tutti i requisiti richiesti superando ampiamente quelli temporali. Si vestivano da donna da in media 7 anni, erano certi di avere un'identità di genere diversa da almeno 6 anni. Nessun dato significativo è emerso per quanto riguarda rapporti sessuali di tipo omosessuale.
Un altro dato importante ottenuto da questa ricerca mi sembra essere il fatto che emergono due tipi di transessualità.
Transessualità primaria (identità di genere avvenuta come conseguenza di una progressiva e non possibile identità in un periodo pre-edipico) e transessualità secondaria (dopo tentativi ambigui di vivere eterosessualmente, passando magari anche attraverso il matrimonio, il travestitismo, l'omosessualità per arrivare al transessualismo come sviluppo finale di disturbi nel proprio sistema di identificazione, in un periodo post-edipico). Sono riproposti così due nuovi modelli in antitesi e risposta ai dati di Staller (3) riguardante la sua opinione sulla progressiva identificazione di genere, senza conflitti, in un maschio biologico.
Gli strumenti di misura per il funzionamento psicologico dei 4 gruppi del campione studiato sono stati:
- T.S.C.S. (Tennessee Self Concept Scale) (per autoconcetto di sé);
- M.M.P.I. Forma R. (per misurare l'adattamento psicologico).
Analisi dei dati. Ogni individuo è stato valutato secondo i due punti più alti delle due scale.
Risultati. Le differenze significative tra i quattro gruppi sono state trovate nella scala della paranoia, schizofrenia, ed in quella della Femminilità e Mascolinità. I transessuali operati avevano punteggi più alti nelle scale sopra menzionate. Così i dati hanno permesso la seguente classificazione psicodiagnostica:
- nessuna disfunzione psicologica significativa è stata rilevata nel gruppo di controllo eterosessuale;
- picchi elevati nei punteggi di deviazione psicopatica e paranoia nei travestiti;
- picchi elevati nei punteggi riguardanti Mania e Deviazioni Psicopatiche, personalità emotivamente instabile, possibilità di psicosi depressiva maniacale, nei transessuali preoperazione;
- punteggi alti nelle scale di Deviazione psicopatica e schizofrenica nei transessuali operati;
- non ci sono differenze significative nella scala di autoaccettazione dei 4 gruppi.
L'intervento chirurgico di riassegnazione del sesso non ha cambiato il livello di auto-accettazione del 4° gruppo.
Potremmo ipotizzare che la scala T.S.C.S. non è un buon indicatore per misurare questo valore prima e dopo l'intervento. Altre ricerche attuali, comunque ottengono gli stessi valori con altre metodologie e strumenti di misurazione.
Tutto questo sembra indicare che per i transessuali maschi operati la riassegnazione chirurgica del sesso non è una panacea per i propri conflitti psicologici.
Dobbiamo concludere che il vecchio modello fatto di ottimismo e di entusiasmo sull'intervento chirurgico per aiutare il transessuale stia diventando evanescente?
Sembra che tale modello sia stato ricavato da valutazioni passate, statistiche, solo su casi che sono stati reperiti tra soggetti precedentemente ritenuti positivi; è inoltre, certo che alcune ricerche avevano utilizzato l'M.M.P.I. come indicatore di patologie o di personalità bene adattate senza convertire i punteggi grezzi ottenuti.
Secondo i nuovi modelli è certo che si lavora a rischio, si agisce su un terreno minato per ulteriore deterioramento psichico se si continuerà ad operare con superficialità.
Anche l'etichetta di "transessualità" è spesso una autodefinizione del soggetto e da queste autodiagnosi si innesca tutto un meccanismo che utilizza "modelli stereotipati" di comportamento e di accettazione sino ad arrivare all'intervento. Si accetta da più parti l'autoconvinzione del transessuale che una psicodiagnosi differenziale e seria non serva, che la psicoterapia non cambia niente. Ma chi l'ha mai fatta seriamente e a lungo un'analisi che ha portato a peggioramenti? Chi ha il coraggio di uscire allo scoperto e dire che altri modelli di comportamento più difficili da reperire e da farsi propri possono evitare deterioramenti psichici ulteriori?
Prendiamo ad esempio la 2a ricerca di cui dovrò sommariamente parlare. È effettuata dal dipartimento di Psicologia dell'Università di Boston (B.U.) e condotta da Michel Fleming (4) e colleghi, pubblicata nel 1984.
Sono prese in considerazione: la transessualità femminile, la coppia di tale transessuale ed il concetto di femminilità e mascolinità. Si studiano in particolare due aree; le relazioni sessuali mantenute da lungo tempo ed i relativi confronti con le relazioni in coppie eterosessuali e lo sviluppo di personalità di cambiamenti delle transessuali accoppiate.
L'assunzione di base di questa ricerca è in parte quella dell'Ego Adleriana. L'Ego visto come un concetto di "stile di vita" che serve ad una persona come schema di riferimento.
Ego come sequenza di sviluppo e di realizzazione nell'esperienza di ognuno, dimensione di differenze individuali.
Una serie di livelli definisce gli stadi sequenziali dello sviluppo dell'io includendo lo stile cognitivo, interpersonale, le preoccupazioni consce, il controllo degli impulsi.
Gli stadi più bassi dello sviluppo dell'Ego sarebbero caratterizzati dagli impulsi, dalla dipendenza, bisogno narcisistico di mostrarsi; quelli più alti sarebbero invece contraddistinti da stili cognitivi più complessi, da autonomia, con percezione molto più differenziata tra il sé e gli altri.
Secondo i dati raccolti dalle ricerche precedute in questi ultimi anni, riguardanti però soprattutto la transessualità maschile, si poteva rilevare che il modello ricorrente nella transessualità in genere era dato da alto sviluppo di conformismo, grande preoccupazione per l'accettazione delle norme sociali che definiscono il ruolo sessuale tradizionale, tendenza a pensare in termini di cliché, margine molto confuso tra il sé e l'altro per cui le immagini prendono spesso la forma di proiezioni, eccessiva preoccupazione per l'apparenza esterna, in sintesi livello dell'Ego (1-3). Tutte queste caratteristiche hanno fatto accettare un tipo di modello d'intervento che avvalora, per esempio, la credenza che il proprio sé e la definizione sociale del proprio sé e la definizione sociale del sé, possa essere raggiunta o trasformata alterando l'aspetto fisico.
Socarides, Raymond (5) avevano già indicato questo tipo di pensiero come patologico. Era parso però che per adattarsi a vivere in coppia con un transessuale anche l'altro della coppia dovesse adottare uno stile di pensiero simile. E sempre sembrata una specie di "Folie à deux (Huxley, 1981) (6). I dati della ricerca Bostoniana negano invece, per la transessualità femminile, tale assunto.
Criteri di studio della ricerca di M. Fleming:
- Soggetti. 22 transessuali femmine e loro partners, 22 eterosessuali e rispettivi partners età media anni 31,8; durata della relazione 3,7 (minimo 1 anno, massimo 19 anni) selezione del campione ottimale.
- Strumenti. WUSCT (Washington Univ. Sentence Compietion Test) di Jane Loevinger; test proiettivo con 36 frasi incomplete. Il punteggio dà un chiaro livello di funzionamento dell'io.
- Risultati. nessuna differenza significativa tra la coppia transessuale e quella eterosessuale. Emergono punteggi alti nella preoccupazione di un'errata identificazione parentale.
- Discussione. In questo campione le transessuali non hanno ottenuto punteggi tali da essere catalogate tra i soggetti "conformisti", con livello di pensiero (1-3). Il 9% dei membri delle coppie di transessuali hanno ottenuto un punteggio che le colloca tra le persone capaci di pensiero astratto. Questi stessi dati sono stati tra l'altro confermati anche da ricerche su altri gruppi sessualmente stigmatizzati (Weis e Dain, 1979).
Perché tali transessuali hanno un funzionamento psicologico estremamente adattabile, senza disordini legati al narcisismo? Sembra che ciò sia in correlazione, o per lo meno ne sia grandemente avvantaggiato, con il fatto che questi soggetti sono stati capaci nel loro sviluppo psicologico di raggiungere livelli di socializzazione e di maturità emotiva tali da permettere loro di vivere una relazione intima, duratura ed importante nel tempo. Essere transessuale, in coppia con una persona eterosessuale, presuppone una grande capacità di adattamento, di distorsione percettiva contemporanea ad una semplicità concettuale non sempre raggiunta nelle coppie transessuali.
I partners di queste coppie sembra siano capaci di accettare una molteplicità di significati e di contraddizioni che richiede molta duttilità mentale.
Siamo forse, con questi risultati, vicino al modello che Huxley e colleghi (1981) proposero, cioè che in questo tipo di coppie ci fosse una specie di condivisione di "delusione" o di "idea sopravvalutata"?
I punteggi relativamente bassi, cioè livello dell'Ego (1-3), pensiero stereotipato, sono stati ottenuti solo dalle uniche 2 transessuali che avevano voluto avere una falloplastica. Ancora una volta, abbiamo la conferma, che la totale riassegnazione chirurgica del sesso non in ogni caso, garantisce un miglior senso di adattamento.
Invocando allora il concetto di dissonanza cognitiva di Festinger (1957), dal momento che la falloplastica, nel migliore dei casi, è sempre meno di un pene funzionale, si può ipotizzare che la transessualità, dopo un intervento chirurgico, possa far regredire la persona ad un precedente livello di pensiero (1-3) per poter fronteggiare le contraddizioni e le "ovvie" relatività della nuova identità chirurgica.
Concludendo, ciò che emerge dai dati delle due ricerche e dalla esperienza di chi ha vissuto da vicino più di un caso, è che il lavoro più importante in futuro, per vivere e far vivere la sessualità in modo meno traumatico, dovrà focalizzarsi non solamente nella modifica della legge, senz'altro da rivedere in Italia, o sulle metodiche chirurgiche.
L'obiettivo da realizzare da chi vive la transessualità o di chi aiuta a farla vivere dovrà secondo la mia esperienza, essere il raggiungimento di una più completa maturità, di una accettazione di sé come soggetto disforico rispetto all'identità ma capace di rapporti interpersonali e di relazioni significative in un rapporto a due.

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Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990 
 
 
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