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Giovedì 17 Gennaio 2019

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Transessualismo e la legge | Stampa |
di Raffaella Lanzillo
1. I problemi del transessualismo e la legge 14 aprile 1982 n. 164
La legge 14 aprile 1982 n. 164 è stata approvata allo scopo di porre rimedio ad alcune situazioni umanamente molto penose: le situazioni di chi si trovi a vivere una sorta di dissociazione fra la propria identità sessuale biologica e la corrispondente identità psichica, sentendo di appartenere - ed aspirando profondamente ad appartenere - al sesso opposto a quello risultante dai suoi cromosomi e dai suoi caratteri anatomici.

La legge non è stata fatta, cioè, per i casi di vera e propria incertezza od errore nell'attribuzione del sesso alla nascita né per quelli in cui la crescita della persona abbia provocato un'evoluzione spontanea dei caratteri sessuali, tale da evidenziare l'appartenenza ad un sesso diverso da quello originariamente attribuito. Qui l'interpretazione giurisprudenziale era già consolidata nel senso di ammettere la rettificazione del sesso nell'atto di nascita, pur se l'evoluzione dovesse essere aiutata e completata per mezzo di operazioni chirurgiche.
Erano invece del tutto privi di tutela i casi non numerosi, ma ricorrenti di persone sulla cui identità sessuale cromosomica e biologica non vi era alcuna apparente incertezza, le quali però vivevano una situazione psichica di totale rifiuto dal loro sesso biologico con una sofferenza ed una intensità tale, da manifestare ed attuare talvolta anche tendenze suicide (1) e da assoggettarsi ad interventi chirurgici anche profondamente demolitori, pur di risolvere il loro problema: donne che si sottoponevano alla asportazione del seno, delle ovaie e dell'utero; uomini che ricorrevano all'asportazione del pene ed alla formazione di una vagina artificiale (oltre che ai vari trattamenti ormonali).
La consapevolezza del carattere psichicamente necessitato di tali comportamenti, dello stato di profonda sofferenza che li accompagnava, del disagio e degli equivoci che ne potevano conseguire nei rapporti sociali, ha indotto molti paesi europei ad approvare apposite leggi per risolvere la situazione di questi transessuali. In Italia, a ciò ha provveduto la legge 14 aprile 1982 n. 164 - Norme in materia di rettificazione dell'attribuzione di sesso - di cui stiamo qui cercando di dare una valutazione.
Come primo rilievo, a me sembra che la legge non esprima un'opzione chiara circa i suoi scopi ed il suo ambito di applicazione. Teoricamente, invero, essa avrebbe potuto avere una portata minima od una portata massima. Avrebbe, cioè, potuto ammettere la rettificazione del sesso solo quando risultasse inequivocabilmente provata la vera e propria incompatibilità psichica fra la persona ed il suo sesso biologico, in tutte le gravi manifestazioni di cui sopra si è detto. In tal caso, avrebbe dovuto subordinare l'accoglimento della domanda al previo accertamento di tale incompatibilità e tenere fermo il divieto di effettuare qualunque intervento chirurgico diretto all'alterazione dei propri caratteri sessuali, in mancanza dell'autorizzazione del giudice (portata minima). Questa è, per esempio, la soluzione adottata in Germania (2).
La legge avrebbe invece potuto escludere qualunque controllo esterno sulle cause e sulle motivazioni dell'aspirazione al cambiamento di sesso, lasciando completa libertà al singolo di alterare chirurgicamente i suoi dati anatomici, in ogni caso in cui egli non si sentisse psichicamente in armonia con il suo sesso biologico, assegnando al giudice il solo compito di ratificare la scelta privata, emettendo la sentenza di rettificazione in base alla mera verifica dell'accaduto (portata massima).
Questa seconda soluzione avrebbe avuto un preciso, e rilevante, significato: avrebbe cioè espresso il sostanziale riconoscimento di un diritto dei privati di disporre del proprio sesso. Una volta che si ritenga, infatti, che la differenza fra i due sessi è solo quantitativa, non qualitativa, come taluno ha osservato (3), si che il grado in cui un individuo si allontana dal sesso attribuitogli alla nascita può variare da un minimo ad un massimo, la domanda di rettificazione potrebbe essere proposta anche in situazioni minimali di disagio, donde la massima possibilità di espressione di scelte non necessitate da insopprimibili istanze psichiche.
Come dicevo, il testo della legge n. 164/1982, non sembra avere compiuto un'opzione precisa fra queste due alternative.

2. Cambiamento di sesso: necessità psichica o libera scelta?
L'art. 1 dispone che si possa far luogo alla rettificazione del sesso, nell'atto di nascita, mediante una sentenza passata in giudicato, che accerti "intervenute modificazioni dei caratteri sessuali" del richiedente.
Il primo problema concerne la delimitazione di questo concetto di "intervenute modificazioni". Intervenute come? Non (o non solo) per effetto di naturale, spontanea evoluzione dei caratteri sessuali poiché, come ho detto, la legge in tal caso nulla avrebbe aggiunto a quanto già si faceva, in sede di interpretazione delle norme sulla rettificazione degli atti di nascita. Si dovrebbe trattare, allora, di modificazioni volontarie, causate da trattamenti ormonali o chirurgici (od entrambe le cose).
Ma una tale interpretazione starebbe per l'appunto a significare che chiunque è libero di sottoporsi a quei trattamenti medico-chirurgici, anche prima di chiedere la rettificazione del sesso e al di fuori di ogni controllo giudiziale. Se la modificazione dei caratteri sessuali è il presupposto della domanda di rettificazione, non la conseguenza del suo accoglimento, ciò significa che è lecito procedere spontaneamente alla modificazione, oppure che si intende come tale anche il solo mutamento di orientamento psichico, il che avvicina la scelta normativa a quella "libera scelta del sesso", di cui dicevo sopra.
Senonché, dalla legge emergono anche indicazioni in senso contrario: l'art. 3 dispone che il Tribunale "quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico", lo autorizza con sentenza. Ma l'espressione legislativa fa pensare ad una mera eventualità dell'autorizzazione, da concedersi nel caso che al trattamento la parte non abbia già spontaneamente provveduto. (Qualche Autore, fra l'altro, ha anche messo in dubbio la legittimità costituzionale di tale norma, che assoggetterebbe al controllo giudiziale una scelta attinente a diritti inviolabili della persona).
Per contro, con riguardo alle situazioni preesistenti alla data della sua entrata in vigore, la legge n. 164/1982 sembra inequivocabile nel ritenere che i trattamenti chirurgici "spontanei" siano illeciti. L'art. 6 dispone, infatti, che coloro che abbiano già eseguito tali trattamenti prima dell'entrata in vigore della legge debbono proporre il ricorso per la rettificazione del sesso entro il termine di un anno da tale data, e l'art. 7 soggiunge che, in questi casi, l'accoglimento della domanda di rettificazione estingue il reato.
Ciò lascia intendere che, qualora l'azione non venga proposta, il reato continua a sussistere, che quindi la modificazione volontaria dei propri caratteri sessuali - prima e al di fuori di un processo per rettificazione ed in mancanza dell'autorizzazione del Tribunale - sia da considerarsi illecita. Tale soluzione è difficile da giustificare, se non sul presupposto che tuttora la legge vieti le automutilazioni spontanee, al di fuori di ogni controllo del giudice. Né si può ritenere che vi sia un diverso criterio di valutazione per il medesimo comportamento, secondo che esso abbia avuto luogo prima o dopo l'entrata in vigore della legge.
Penso, quindi, che la legge debba essere qui interpretata in senso restrittivo, cioè nel senso che - dopo la sua entrata in vigore - eventuali operazioni chirurgiche debbano essere sempre autorizzate dal Tribunale ai sensi dell'art. 3, previo accertamento della loro necessità, in ordine alle esigenze psichiche del transessuale.
Resta il fatto che l'art. 1 richiede, come unico presupposto, le intervenute modificazioni dei caratteri sessuali, senza alcun obbligatorio accertamento che esse siano giustificate dalle turbe psichiche, dalla sindrome di rifiuto del proprio sesso, e così via, di cui si è detto sopra. (l'art. 2, 4° comma prevede solo facoltativamente l'acquisizione di una consulenza medica nel processo di rettificazione e qualche Autore prospetta come normale la possibilità che gli interessati eseguano spontaneamente i trattamenti medico-chirurgici necessari, per non correre il rischio che l'autorizzazione di cui all'art. 3 venga loro negata) (4).

3. Il trattamento medico-chirurgico: diritto o dovere del transessuale?
Se, in ordine ai problemi sopra delineati, la formula della legge appare troppo ampia rispetto a ciò che il legislatore intendeva presumibilmente disporre, sotto altri aspetti esso risulta, invece, eccessivamente restrittiva.
Come ho già detto, l'art. 3 dispone che il Tribunale "quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza".
Nell'interpretazione di questa norma sono stati posti i problemi più disparati: se gli organi da adeguare debbano essere solo gli organi sessuali esterni od anche quelli interni; se occorra l'autorizzazione per il solo trattamento chirurgico od anche per quello medico-ormonale; se sia obbligatorio, o soltanto discrezionale, procedere alla rettificazione del sesso, dopo l'esecuzione dell'intervento; se vi si possa procedere anche quando la modificazione dei caratteri sessuali non abbia raggiunto risultati soddisfacenti, e così via.
Ma, a mio avviso, il problema centrale consiste nell'equivocità dell'espressione "quando risulti necessario".
Dato essenziale, a mio avviso, non è che il trattamento risulti tale, in relazione ad esigenze esterne al richiedente, bensì che esso sia richiesto dall'interessato, come parte integrante della terapia alla quale desidera sottoporsi, e che risulti effettivamente adeguato a risolvere i suoi problemi.
Un conto è, infatti, che il trattamento sia fortemente e imprescindibilmente desiderato, ai fini della salvaguardia dell'equilibrio psichico del ricorrente, come è avvenuto nella maggior parte dei casi finora esaminati dalla giurisprudenza; un conto è che esso sia invece imposto come premessa obbligatoria per la rettificazione del sesso, pur se non desiderato. La donna transessuale è obbligata a farsi asportare utero, ovaie o mammelle (e magari a farsi innestare un pene artificiale, come pare siano specializzati a fare a Londra)? L'uomo è obbligato a farsi asportare il pene ed a farsi costruire una vagina artificiale, per ottenere il cambiamento di sesso?
La legge tedesca, per esempio, subordina espressamente l'accoglimento della domanda di rettificazione al fatto che il richiedente "si sia sottoposto ad un'operazione chirurgica di trasformazione dei suoi attributi sessuali esteriori, con la quale sia stato raggiunto un chiaro avvicinamento al quadro morfologico dell'altro sesso" (~ 8 10 c. n. 4). La Corte di Cassazione dì Francia ha pure espressamente deciso che l'istanza diretta ad ottenere il cambiamento di sesso debba essere respinta, quando la richiedente - malgrado le operazioni cui si sia sottoposta - non abbia assunto l'aspetto morfologico tipico del sesso maschile (5).
Anche da noi qualche Autore manifesta analogo orientamento (6).
Personalmente, non so quando una tale pretesa possa considerarsi umanamente e razionalmente giustificata.
Se la premessa per il riconoscimento legale del transessualismo è l'incompatibilità psichica fra il sesso biologico e il sesso desiderato (non l'incertezza biologica dei caratteri sessuali) e se la ragione dell'autorizzazione al trattamento sta nel fatto che esso risulta essere l'unica cura in grado di restituire un equilibrio psico-emotivo al transessuale, perché rendere tale trattamento obbligatorio anche quando la "cura" non sia richiesta né desiderata?
È prospettabile un interesse della legge, autonomo e distinto rispetto a quello del transessuale, a che vi sia una esatta corrispondenza fra il sesso risultante dall'atto di nascita e l'aspetto esteriore della persona, quando si consideri che tale corrispondenza è sempre e comunque artificiosamente creata e che, soprattutto, essa non può risultare mai completa?
Per quanti miracoli possa operare la chirurgia plastica, la donna transessuale non sarà mai completamente un uomo. L'uomo transessuale non potrà diventare mai completamente donna. Si può solo creare una verità legale, che non verrà mai del tutto a coincidere con la verità biologica.
Può darsi che, nella realtà, il caso del transessuale che non desideri la modificazione chirurgica dei suoi attributi sia del tutto teorico e improbabile (pur se il problema si è effettivamente posto, come abbiamo visto). Ma la soluzione interessa anche ai fini delle valutazioni di fondo circa gli orientamenti e le scelte di politica legislativa, in tema di transessualismo. Invero, il subordinare all'aspetto esteriore dei dati anatomici, la possibilità di accogliere le istanze dirette al cambiamento di sesso, anche a prescindere da qualunque necessità dell'interessato, dimostra, in sostanza, che la legge accetta il modo di essere della persona, solo se esso sia materialmente e fisicamente inquadrabile entro gli schemi noti, accettati, dominati. Anche da un tale orientamento dipendono a mio avviso, come dirò fra breve, la gravità delle sofferenze psichiche dei transessuali e le difficoltà della legge nel disciplinare la materia. Credo, allora, che l'espressione dell'at. 3 vada intesa nel senso che il trattamento medico-chirurgico deve essere ritenuto necessario solo in vista delle peculiari esigenze del ricorrente; e che quindi possa essere disposto solo se e quando richiesto dall'interessato. Requisito essenziale per il cambiamento di sesso dovrebbe essere, cioè, l'orientamento psichico, la c.d. sindrome transessuale, pur se essa non si estrinsechi nel desiderio di procedere ad atti di automutilazione.
In caso contrario, fra l'altro, si ostacolerebbe soprattutto il transessualismo da donna a uomo, ove più difficile è la trasformazione dell'aspetto morfologico (tale era infatti il caso deciso dalla Corte di Cassazione francese).
La nostra giurisprudenza, per contro in analoga fattispecie ha accolto la domanda, osservando giustamente che a nulla rileva l'impossibilità del richiedente di conseguire decisi caratteri anatomici del sesso diverso (7).
Si è poi giustamente osservato che non sempre i trattamenti chirurgici, pur se richiesti, appaiono la terapia più adeguata e che, soprattutto, non sempre sono sufficienti da soli, a risolvere i problemi dei transessuali.
A volte l'esito inevitabilmente parziale ed incompleto della "trasformazione"Può creare un disagio psichico ancor più grave della situazione preesistente. Sarebbe stato opportuno, quindi, che la legge prevedesse - oltre alla consulenza medica e psicologica - "un periodo di riflessione", prima di decidere l'intervento e, soprattutto, che garantisse una assistenza medica più completa (endocrinologica, psicoterapeutica ecc.) accanto ed oltre a quella chirurgica e ormonale, assistenza da protrarsi anche dopo l'intervento (8).

4. Transessualismo, matrimonio, capacità di procreare
La nostra legge non subordina la rettificazione del sesso - come fanno altre - alla circostanza che il richiedente non sia coniugato e che sia incapace di procreare.
L'art. 2 - che impone l'obbligo di notificare al coniuge e ai figli la domanda di rettificazione - non specifica neppure se coniuge e figli abbiamo o meno il diritto di contraddire e di opporsi all'accoglimento della domanda.
È presumibile, tuttavia, che essi possano far valere le loro ragioni delle quali il Tribunale dovrà tenere conto in relazione ai presupposti cui si ritiene debba essere subordinato l'accoglimento della domanda. Se presupposto fosse l'accertamento della necessità psichica, l'eventuale opposizione di coniuge e figli dovrebbe ritenersi poco rilevante. Se fosse, invece, la libera scelta dell'interessato, si dovrebbe procedere con maggiore cautela, in virtù del principio di autoresponsabilità. Piuttosto, sarebbe stato preferibile - a mio avviso - che la legge subordinasse la proponibilità della domanda di rettificazione del sesso al previo scioglimento del matrimonio eventualmente contratto dal transessuale. Per contro, nel sistema della legge lo scioglimento del matrimonio è conseguenza, non presupposto, della sentenza di rettificazione; con il risultato che - non potendo tale sentenza dare disposizioni per la disciplina dei rapporti conseguenti al matrimonio sciolto - il marito-padre, divenuto donna, o la moglie-madre divenuta uomo, potrebbero trovarsi coinvolti in vertenze giudiziarie con l'ex coniuge, dirette a regolare i vari rapporti di mantenimento, alimenti, affidamento dei figli, e così via, nelle quali si farebbe costante e pubblico riferimento al loro stato anteriore che, teoricamente, non dovrebbe più risultare da alcun atto (art. 5).
Quanto al matrimonio contratto dal transessuale dopo il cambiamento di sesso, vi è un problema di tutela dell'altro coniuge, che fosse eventualmente all'oscuro, alla data della celebrazione, delle vicende personali del transessuale.
Si ritiene che, in tal caso, il matrimonio potrebbe essere annullato per errore, ai sensi dell'art. 122 2° e 30 comma n. 1) cod. civ.: includendo, cioè, il transessualismo fra le "anomalie e deviazioni sessuali che impediscono lo svolgimento della vita coniugale".

Nel sistema della legge, tuttavia, normalmente si tende ad impedire che vengano celebrati matrimoni invalidi, anziché limitarsi a concedere l'azione di invalidità.
Sarebbe stato forse opportuno, allora, che l'art. 5 della legge n. 164/1982 introducesse una deroga al principio per cui "Le attestazioni di stato civile sono rilasciate con la sola indicazione del nuovo sesso e nome", disponendo invece che l'annotazione in calce all'atto di nascita della sentenza di rettificazione, disposta ai sensi dell'art. 89 n. 9 Ord. St. civ., venisse fatta figurare quanto meno nell'atto di nascita richiesto al fine della celebrazione del matrimonio.
Taluno ritiene che il diritto alla tutela della riservatezza del transessuale giustifichi anche il rischio che egli concluda un matrimonio invalido, traendo in inganno coloro con cui entri in contatto a tal scopo.
A mio avviso, si tratta di una forma di tutela esasperata ed ingiustificata, che lascia intendere - nel fondo - un orientamento di pensiero, per cui il transessualismo è qualcosa di tanto imbarazzante e quasi "vergognoso", da dover essere sempre ed a qualunque costo occultato.
Un tale modo di pensare non va, a mio avviso, assecondato, come dirò fra breve.
Per concludere, quanto all'esegesi delle norme di legge, ritengo che non vi sia ragione di richiedere - come fanno altri ordinamenti - l'impotenza del transessuale, quale presupposto per l'accoglimento della domanda di cambiamento di sesso. Vero è che - se il transessuale non sia impotente - l'eventuale trattamento chirurgico viene a privarlo di una specifica funzione organica, cioè della capacità di procreare. Ma si tratta di capacità della quale egli non può e non vuole comunque fare uso, perché legata al sesso che non sente come proprio.
Altri problemi, di non facile soluzione, potrebbero porsi, che la legge non considera: per esempio, se il transessuale possa adottare dei figli, o chiederne l'affidamento, od assicurare a sé (ed all'eventuale nuovo coniuge) una discendenza, mediante le varie tecniche di fecondazione artificiale. Si tratta di "capacità" e di diritti che - se da un lato renderebbero piena l'equiparazione della sua situazione giuridica a quella di tutti gli altri cittadini - dall'altro lato però verrebbero a coinvolgere altri soggetti (per di più di età minore) nella situazione. Indubbiamente atipica e non facile da vivere, di chi trasmigri da un sesso all'altro.
Non voglio, qui, dare soluzioni. Solo svolgere qualche considerazione circa i criteri in base ai quali la legge, e soprattutto la società e la cultura, dovrebbero individuare le soluzioni più appropriate, anche per questi problemi.

5. Valutazione complessiva della normativa: il transessualismo e "l'orrore della diversità"
Trovo, anzitutto, singolare che in un'epoca come la nostra, caratterizzata dalla tendenziale intercambialità dei ruoli, maschili e femminili, ove tutto - dalla moda, ai comportamenti, alle funzioni ed attività lavorative - tende ad appianare, piuttosto che ad esaltare, la differenza fra i sessi; ove trionfa l'unisex; proprio coloro che per natura vengano a trovarsi in posizione intermedia fra i due sessi attribuiscano tanta importanza alla distinzione, da essere disposti a qualunque sacrificio pur di riprodurla.
Vi sono stati tempi ed epoche storiche nelle quali la femminilità e la mascolinità veramente affondavano le loro radici nel profondo della personalità: non solo i ruoli sociali ed economici del maschio e della femmina erano profondamente differenziati, ma anche la mentalità, i comportamenti, gli stessi attrezzi usati. Racconta I. Illich, nel suo bel libro "Il genere e il sesso", che, fuori dalle società industriali, il lavoro unisex è una ben rara eccezione che ad un insieme di compiti riservati ad un genere corrisponde un insieme di utensili ugualmente specifici: "... in molte sacche dell'Europa rurale ... gli uomini adoperano la falce e le donne il falcetto... Là usano entrambi il falcetto, ma ne esistono di due tipi: ciascuno con un disegno differente: sono la lama e il manico a rivelare il genere ... In Stiria i falcetti degli amici uomini sono affilati per tagliare, mentre quelli delle donne sono dentellati, curvi, fatti per spigolare ... In una zona dell'alto Danubio sono le donne a erpicare e a seminare, ed è anche l'unico luogo dove gli uomini non toccano le sementi " (9).
Si tratta delle caratteristiche tipiche della cultura che l'Autore definisce "vernacolare", cioè fondata sulla produzione fatta in casa e destinata non al mercato, ma al solo uso domestico.
La nostra civiltà della produzione di massa e di serie (ed ora per di più automatizzata), considera invece uomo e donna quasi completamente intercambiabili, in ordine alle attività produttive, sì che - anche sotto il profilo psichico e culturale - la differenza tra l'uno e l'altra tende effettivamente ad appiattirsi, riducendosi ai meri dati esteriori della sessualità.
Eppure a dati esteriori si attribuisce tanta importanza, da volersene privare in modo cruento, da simularne artificiosamente l'apparenza, da incorrere in vere e proprie crisi esistenziali di inaudita gravità.
Ho l'impressione che i transessuali vivano e riflettano, nella loro esperienza personale, quel vero e proprio "orrore della diversità", quel rifiuto dei casi devianti, quella malcelata intolleranza per ogni vera originalità, che aleggia - impercettibile, ma inesorabile - in questo nostro mondo, apparentemente così lassista e permissivo.
Tutto si deve svolgere nelle forme accettate e secondo gli schemi consolidati. Non importa che certe forme, o certe differenze, siano divenute più o meno convenzionali. Quelli sono i modelli e ad essi ci si deve uniformare.
È il mondo della produzione di serie, quindi dell'uomo in serie, della moda, dei miti, degli svaghi di massa, del livellamento culturale, dell'omologazione.
Maschio e femmina sono le "convenzioni" accettate; sono gli unici modelli entro i quali la persona si possa inserire e possa essere "catalogata". Chi non condivida per intero le caratteristiche - ed i canoni estetici - dell'uno o dell'altra, non ha spazio; ritiene di non poter essere accettato, e non si accetta. Allora, essendo la nostra civiltà, oltre che omologata, anche "tecnologica" e sempre più propensa a manipolare la natura quanto e come vuole, per piegarla ai suoi fini, là dove la diversità si manifesti si interviene più o meno brutalmente con la tecnica e con l'artificio, cercando di forzare la persona entro i modelli desiderati.
Ma i casi di transessualismo sono e restano, a mio avviso, casi intermedi fra maschio e femmina. La soluzione, allora, non sta nel negare ed occultare artificiosamente questa "diversità", ma nell'accettarla, e nell'accettarla come un valore, anziché come una menomazione. La nostra società omogeneizzata ha bisogno di manifestazioni, oneste e autentiche, di diversità.
Dobbiamo divenire capaci di creare gli spazi - sociali e culturali, prima ancora che giuridici - per chi non sia del tutto donna, ma neppure del tutto uomo: che possa vivere in armonia con se stesso e con gli altri, esprimendo le sue peculiari tendenze ed attitudini, senza dare scandalo, senza ingannare nessuno, senza necessità di assoggettarsi ad automutilazioni, per rientrare entro schemi che non gli appartengono.
Il problema del transessualismo offre l'occasione di ribadire la necessità che, in questo nostro mondo, si ridia spazio alla natura e alla ragione: alla natura, nel senso di accettarne e rispettarne il più possibile le diverse manifestazioni, anziché pretendere di ricondurle sempre, più o meno artificiosamente entro i modelli a noi noti e a noi graditi; alla ragione, perché occorre una grande razionalità, e una grande capacità di essere liberi, per sapere davvero accettare e valorizzare anche il diverso. Il rifiuto del caso deviante esprime l'istinto animalesco: nel branco avviene che l'animale atipico venga cacciato, aggredito o emarginato. Fra gli uomini la cultura e la ragione dovrebbero sapere davvero suggerire atteggiamenti diversi.
Certo, finché la nostra cultura non avrà raggiunto questa maturità, ben vengano le leggi sui transessuali, come quella attualmente in vigore, se possono arrecare sollievo, e risolvere problemi. Non è lecito fare pagare solo ad alcuni il conformismo dei più.
Ma l'obiettivo di lungo periodo deve essere diverso e ben più ampio. La vera soluzione per i problemi dei transessuali non sta nell'artificio delle qualificazioni legali, ma nella realtà degli spazi umani e sociali. Non sta nella piatta e ottusa equiparazione ad ogni costo di tutti a tutti, ma nel fare in modo che per ognuno sia pensata la normativa che appare di volta in volta più adeguata alle peculiarità del caso: che ognuno sappia accettare la sua diversità, con i suoi valori ed i suoi limiti; che ognuno rispetti la sua condizione naturale, nella certezza della sua completezza umana e della sua piena dignità, agli occhi degli uomini e delle leggi.
BIBLIOGRAFIA
(1) Cfr., per esempio, il caso Von Oesterwijek, deciso il 6.11.1980 dalla Corte Europea di Strasburgo per i diritti dell'uomo.
(2) Cfr. § 4 n. 3) della legge della R.F.T. su transessuali (TSG del 10settembre 1980), che subordina l'accoglimento della domanda a ben due perizie mediche specialistiche.
(3) Così Corte cost. 6 maggio 1985 n. 161, sulla traccia delle opinioni espresse in campo medico. Ma in questa materia pare non esistano verità scientifiche.
(4) Patti-Will, Commento alla legge 14 aprile 1982 n. 164, sub ari. 3, in ((Le nuove leggi civili comm. 1983", p. 42.
(5) Sentenza 30.11.1983, in ((Foro it>, 1984, IV. c. 315.
(6) Patti-Will, op. loc. ci:.
(7) Trib. Benevento 10 gennaio 1986, in "Il dir. fam. pers.", 1986, p. 614 Ss.
(8) Così Introna-Ciraso-Rago, Sul concetto di "trattamento medico-chirurgico nei casi di transessualismo" (Legge 14 aprile 1982 n. 164), in "Riv. it. mcd. leg.", 1988, p. 1265 ss.
(9) 1. Illich, Il genere e il sesso, Milano, Mondadori, 1984, p. 122-23.

>>>
Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990
 
 
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