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Giovedì 17 Gennaio 2019

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Transessuali e diritto penale | Stampa |
di Marco Maria Maiga
Nell'affrontare l'argomento della transessualità nel diritto penale è assolutamente necessario - al fine di evitare equivoci - chiarire preliminarmente quale sia esattamente il "campo di osservazione", affinché tutti abbiano ben presente quanto siano ristretti i limiti di questa particolare indagine.
La "macchina penale", infatti, si mette in moto solo nel momento in cui si realizza un reato, cioè un fatto per il quale la legislazione ha previsto quella particolare forma di reazione che è la sanzione penale; scelta, quest'ultima, estremamente mutevole in quanto intimamente legata al "momento storico", cui è (e non può non essere) funzionale.

La nostra Carta Costituzionale fissa, nell'art. 3, il fondamentale principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, espressamente prevedendo che ciò avvenga, tra l'altro, "senza distinzione di sesso": da questa previsione discende, quale conseguenza coerente ed inevitabile, che la transessualità non è punita di per sé, e che non possono esistere norme specificamente finalizzate a colpire questo fenomeno.
Ristretto, in questo modo, il campo d'indagine, non resta che rivolgere l'attenzione all'individuazione dei reati, commessi da un transessuale, in conseguenza delle peculiari condizioni e situazioni di vita in cui si trova.
Come noto, principale fonte del "rischio penale" per i transessuali penali è sempre stato proprio l'intervento chirurgico per il cambiamento del sesso, e la sua illiceità: questione, peraltro, ormai risolta dall'art. 7 della L. 164/82, che esplicitamente prevede l'estinzione dei reati legati a quel trattamento medico/chirurgico, in caso di accoglimento della domanda di rettificazione di attribuzione di sesso (norma in cui può ravvisarsi un'ulteriore attuazione del processo dell'art. 3 Cost.).
È noto che prima della L. 164/82, il problema della liceità dell'intervento stava principalmente nella "castrazione" chirurgica del soggetto, e faceva perno sull'art. 5 c.c. ("gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionano una diminuzione permanente dell'integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico, o al buon costume").
La portata di questa norma, infatti (facendo perno su una visione unitaria dell'ordinamento giuridico), era stata estesa al di là del campo privatistico, per ricomprendervi la disciplina pubblicistica dell'intervento chirurgico; a tale orientamento si era cercato di contrapporre un'interpretazione tendente a ricondurre la norma ad un'applicazione puramente civilistica, osservando che il fondamento di quella previsione doveva essere ricercato nelle possibilità di abuso della propria incolumità fisica, a fine di lucro e su base contrattuale.
A sostegno della liceità dell'intervento, e - più in particolare - a contrastare eventuali incriminazioni ai sensi dell'art. 552 c.p. (che puniva la "procurata impotenza alla procreazione", e che è stato abrogato dall'art. 22 L. 194/78), era stata altresì rimarcata l'incapacità a procreare dei transessuali: di origine biologica - a volte - o psichica - normalmente -, e, comunque, con carattere di irreversibilità.
Sempre nello stesso senso, ed al fine di paralizzare le possibilità di incriminazione ai sensi dell'art. 583 c.p. (che punisce la causazione di "lesioni personali gravissime"), si era sostenuta l'applicabilità della scriminante di cui all'art. 50 c.p. ("consenso dell'avente diritto"), riferimento, questo, integrato col richiamo al diritto all'integrità fisica, esercitato nel rispetto della propria dignità e salute (intesa, questa, anche sotto il profilo dell'interesse collettivo tutelato dall'art. 32 Cost.).
I sostenitori dell'illiceità dell'intervento chirurgico, per contro, indicavano nella previsione dell'art. 54 c.p. ("stato di necessità") l'unica discriminante possibile nei casi di automutilazione (i quali giustificherebbero il successivo intervento riparatore a fronte dello stato di grave pericolo per la vita del paziente). In realtà sembra di poter dire che l'intervento della Corte Costituzionale ha sgomberato il campo dai dubbi che potevano residuare: ciò è avvenuto, soprattutto, per effetto della sentenza n. 161 del 6.5.85, con la quale si è chiarito che la salvaguardia del principio dell'indisponibilità del proprio corpo sta nell'intervento del Tribunale, e che gli atti di disposizione sono leciti se rivolti alla tutela della salute (anche psichica). In conseguenza delle pronunce della Corte, si può affermare che le successive discussioni in materia conservano un carattere alquanto accademico.
Da alcuni, infatti, si afferma che gli abusi contro l'interesse collettivo alla salute individuale (art. 32 Cost.) "potrebbero ugualmente verificarsi", nonostante la legge, e che la questione penale si può riproporre per i trattamenti non autorizzati, e quindi compiuti al di fuori di un procedimento diagnostico giuridicamente lecito (art. 51 c.p.: "esercizio di un diritto/adempimento di un dovere").
In proposito si osserva che, poiché la terapeuticità è presupposto per l'applicabilità dell'esimente di cui all'art. 51 c.p., in difetto di quella occorrerebbe distinguere tra i comportamenti di rilevanza penalistica e quelli deontologicamente scorretti; peraltro, la concreta improbabilità dell'esempio proposto (la mancata acquisizione del consenso), riconosciuta dagli stessi propositori dell'ipotesi, ci pare renda manifesta la vaghezza della discussione.
Sulla scorta di queste premesse mi pare che, così come non è possibile parlare di ipotesi di reato specificamente applicabili ai transessuali, non si può neppure parlare - con serietà e concretezza - di una maggiore possibilità, per tali soggetti, di infrangere determinate disposizioni penali, in conseguenza delle loro particolari condizioni di vita.
Tale affermazione trova conforto, in linea generale, nel pur ampio panorama offerto dalla criminologia, nell'ambito della quale il problema ha trovato adeguata trattazione, sia dal punto di vista medico e sociologico, sia in relazione alle interferenze criminologiche.
Tralasciando il primo aspetto (estraneo al tema di mia pertinenza), e prendendo in considerazione il secondo, si osserva, infatti, che la transessualità (dove non punita in sé) ha interesse criminologico solo indiretto, sia in quanto causa di altri reati (es.: omicidio del partner per gelosia o repulsione), sia per il fatto che, intorno a questo fenomeno, si sta sviluppando una sorta di "industria del crimine" (fondata su un'accurata "preparazione" - anche e soprattutto di natura estetica, con uso di estrogeni e siliconi per la modificazione delle caratteristiche somatiche - che ha inizio già in tenera età, e che ha come meta ultima l'"immissione sul mercato", cioè la strada, dove la domanda è in continuo aumento).
A questo punto, peraltro, diventa necessario tener presente la sostanziale bipartizione del "mondo transessuale" (fondamentale in relazione al tema che stiamo affrontando), che vede da un lato tutti quei soggetti che conducono una vita "normale" (pienamente integrati nella società", come si usa dire in modo - peraltro - improprio), e coloro che "fanno la vita": distinzione imprescindibile per evitare fraintendimenti nell'analisi di questa problematica.
Si tratta di due "mondi" abissalmente distanti tra loro, per i quali l'"incontro" col mondo penale si pone in modo sostanzialmente diverso (con carattere di accidentalità per gli uni, come realtà pressoché quotidiana per gli altri): basti pensare agli - ormai consolidati - legami col "giro" della droga, il cui uso è ampiamente diffuso tra i transessuali che si prostituiscono, e quale conseguenza diretta di tale attività.
Nell'affrontare lo specifico problema della "devianza transessuale", si usava distinguere tra "antisocialità generica" (intesa come rifiuto dei valori "normali" e comune ad altre categorie di devianti) e "antisocialità specifica" intesa come consumazione di reati ed altre espressioni devianti - che spaziano dalla droga ai reati contro il patrimonio), ipotizzando che la commissione di simili illeciti (in particolare i reati contro il patrimonio) fossero determinati dalla necessità di procurarsi il denaro necessario per l'operazione chirurgica per il cambiamento del sesso. Seguendo questo ordine di considerazioni, si è argomentato che l'intervento legislativo possa porsi come freno dell'impulso deviante (nel senso del riassorbimento sociale del fenomeno), almeno sotto il profilo dell'"antisocialità specifica".
Francamente, ritengo che queste ipotesi siano riduttive e smentite dalla realtà: da un lato, infatti, non si deve perdere di vista il fatto che la prostituzione viene esercitata normalmente anche dopo che la somma necessaria per l'operazione è stata raggiunta, mentre, dall'altro, vanno attentamente considerati i dati concernenti il fenomeno della prostituzione transessuale.
Nel tentativo di affrontare il problema delle interferenze criminologiche della transessualità da un punto di vista pragmatico, mi sono attivato per ottenere dei dati statistici sulla situazione del fenomeno, ed ho dovuto constatare l'indifferenza delle istituzioni e (conseguentemente) l'inesistenza di dati d'archivio e statistici a carattere generale che possano dare chiare indicazioni in proposito, pur trattandosi di una situazione che non presenta (più) carattere di marginalità, e che la sua diffusione meriterebbe ben altra attenzione e studio (specie al fine di combattere l'ormai diffuso sfruttamento, che ricade - tanto quanto quello femminile - sotto la scure della L. Merlin).
Questo disinteresse delle istituzioni non può certamente dirsi improntato allo stesso spirito di garanzia Costituzionale prima rilevato per il legislatore, ma, piuttosto, sembra determinato dall'usuale indifferenza nei confronti di tutto ciò che è "marginale" (o, tanto più, emarginato): il che, forse, si spiega con la capacità di "riassorbimento" delle devianze da parte del "sistema".
La cortese ed ampia collaborazione di alcuni funzionari della Polizia di Stato impegnati su questo fronte (in particolare i Dirigenti della II Divisione delle Questure di Milano e Napoli e dell'Ufficio Stranieri di Milano, cui va il mio doveroso ringraziamento) mi ha consentito di acquisire alcuni dati significativi sulla situazione a Milano e Napoli: città in cui il fenomeno è assai sviluppato (pur se con caratteristiche profondamente diverse).
Si tratta di dati locali e parziali, indiscutibilmente lacunosi, anche perché riguardanti singoli uffici (anzi, nel caso della Casa Circondariale e della Procura dei Minori di Milano, si tratta di dati ricavati dalla "memoria storica" di singole persone), ma certamente preziosi per la loro "unicità".
Ecco, dunque, in estrema sintesi, la situazione a Milano e Napoli al 31/12/89.

Questura di Napoli
"Censiti" nel corso dei controlli dalla 11 Divisione 250 transessuali, 1/3 dei quali minori.
Sporadica la presenza di stranieri (per la quasi totalità brasiliani). Sono praticamente tutti italiani, e quasi tutti di estrazione locale (Napoli e limitrofi).
Per il 10% si tratta di soggetti che hanno affrontato l'intervento chirurgico con cambiamento di sesso anche all'anagrafe.
Il reato più diffuso tra costoro è il borseggio nei confronti dei clienti.
In carcere (Poggio Reale) esiste un reparto apposito per loro. Lo sfruttamento colpisce soprattutto i minori (spesso ad opera di transessuali più anziani, che non sono più in condizioni di operare personalmente), mentre è più sporadico per i maggiorenni.
Assai diffusa la droga: molti sono i tossicodipendenti.

Casa Circondariale di Milano (S. Vittore)
Le presenze si stimano intorno ai 40/50 soggetti all'anno: per la maggior parte si tratta di stranieri (brasiliani in particolare), mentre gli italiani sono pochi.
L'età media si aggira sui 20/25 anni. I reati per i quali vengono ristretti concernono la droga, o sono comunque connessi alla prostituzione attività (minacce, rapine, L. Merlin).
I transessuali sono ristretti nel reparto dei c.d. "protetti" (VI reparto: vi stanno coloro che non potrebbero essere messi insieme ai "detenuti comuni" (pena gravi conseguenze); a causa di tale situazione questi detenuti non possono avere accesso alle attività comuni (TV, ecc.), ed usufruiscono di minori periodi di c.d. "aria". I soggetti operati vengono associati al reparto femminile solo se tali anche per l'anagrafe (o, comunque, secondo visita medica all'ingresso).
Dal punto di vista della disciplina interna non suscitano particolari problemi, se non per alcune "richieste particolari" (relative, soprattutto, al vestiario). Spesso si tratta di soggetti tossicodipendenti.

Procura della Repubblica c/o il Tribunale dei Minori Milano
Il problema si presenta con carattere di occasionalità. Non è previsto alcun reparto apposito presso l'Istituto C. Beccaria: normalmente i transessuali minorenni vengono scarcerati anche per evitare i problemi connessi alla loro detenzione. Si ricordano tre/quattro casi (soggetti stranieri) nell'arco di un anno e più, per reati comunque connessi all'attività di prostituzione (resistenza a p.u.).

Questura di Milano
Al 31 / 12/89 presso la 11 Divisione che si occupa delle misure di prevenzione - diffide e simili) erano conosciuti 661 transessuali, di cui:
519 italiani
142 stranieri, dei quali 104 brasiliani e sudamericani
15 spagnoli.
Di questi risultano aver cambiato sesso 68 soggetti. L'Ufficio Stranieri valuta la presenza dei brasiliani in 4/500, sulla base dei controlli effettuati anche in sede di attività di P.G. (ma sembrerebbero essere molti di più): comunque occorre tener conto delle oscillazioni periodiche e stagionali (es. lo spostamento in località balneari nel periodo estivo - specialmente in direzione della Riviera Romagnola e della Versilia). L'estrazione regionale è la seguente:
Abruzzo 4
Molise 3
Basilicata 2
Piemonte  4
Calabria 10
Puglia  6
Campania 72
Sardegna 19
Emilia Romagna 21
Sicilia 143
Friuli V. G. 1
Toscana 10
Lazio 9
Trentino A. A. 1
Liguria 17
Umbria 2
Lombardia 121
V. Aosta    2
Marche 3
Veneto 15

La prostituzione si esercita in zone della città abbastanza precise. In particolare gli stranieri sono distribuiti nelle seguenti zone:
Staz. Centrale, Via Pirelli, P.zza Einaudi, M. Gioia (fino a M. Grappa), V.le Liberazione/ex Varesine, Staz. Garibaldi (oggi meno frequentata, comunque specie d'inverno), Cim. Monumentale (maggior numero presenze), Via Nono, P.zza Coriolano (e adiacenze: Via Messina, Via Stilicone, Via Ferraris), Via Principe Eugenio (fino a Villa Simonetta, dove si verifica una notevole mescolanza con i tossicodipendenti), Via Cenisio (P.zza Caneva e fino Pzza Firenze-adiacenze: Via del Fico), C.so Sempione, Via Canova/Melzi d'Eril.
Inoltre gli stranieri si trovano anche nelle seguenti altre zone:
5. Siro/Novara (oggi "libera da taglieggiatori" ma con basso afflusso di clientela), Circonv. esterna (V.le Abruzzi, specie verso le h. 2/3; V.le Marche, mescolati a molte prostitute brasiliane), Conca del Naviglio, Città Studi (dove c'è mescolanza con omosessuali, uomini e donne pure dediti alla prostituzione). Gli italiani, invece, operano soprattutto nelle zone seguenti: Via Alemagna/ Parco, intorno al Castello ("riservata" a soggetti provenienti da Catania), Via Legnano, Via Elvezia/ Arena ("riservata" ai napoletani).
Quanto ai comportamenti delittuosi legati alla prostituzione (con particolare riferimento a rapine e reati analoghi in danno dei clienti) sembrerebbero essere maggiormente diffusi tra i transessuali italiani, piuttosto che tra gli stranieri.
Gli italiani, poi, pare pratichino "tariffe" più elevate degli stranieri; peraltro, sembra che i primi siano più attenti alle esigenze di prevenzione e cautela.
La clientela si situa nel ceto medio/alto (si notano normalmente autovetture di medio/alta cilindrata affiancare chi si prostituisce. Il compimento dell'atto avviene in auto o in strada. Lo sfruttamento è diffuso particolarmente tra gli stranieri.
L'Italia (Milano-Rimini-Montecatini) è divenuta meta preferita dai brasiliani dopo l'irrigidimento della Polizia Francese (prima Parigi era la principale meta); a Roma il fenomeno è circoscritto e non tende a dilagare.
La quasi totalità dei brasiliani presenti è priva di autorizzazione: chi riceveva il "foglio di via" o non si allontanava dal territorio dello Stato, o ne usciva per farvi immediatamente rientro clandestinamente).
L'itinerario più comunemente seguito, dai brasiliani, per giungere in Italia, comprende un volo aereo da Rio de Janeiro a Lisbona, un tragitto fino a Madrid (spesso in taxi, sfruttando la conoscenza dei valichi non controllati), un viaggio (normalmente in treno) fino a Bercellona, poi, con altri taxisti, fino alla Francia, che viene passata grazie a passaggi concessi da camionisti (di solito retribuiti "in natura").
Spesso entrano il Italia per intervento di connazionali già qui e che hanno guadagnato col meretricio (guadagno che ostentano tornando in Brasile): questi organizzano il viaggio, ed anticipano i soldi per le spese (la restituzione avviene successivamente, anche in modo rateale, a volte al rientro in patria).
Non sembra esistere un'unica organizzazione di riferimento, ma molte micro-organizzazioni" che offrono protezione in cambio di denaro (fino a 5.000 $ U.S.A.). Chi arriva da solo non va esente dal versamento della tangente per l'"occupazione" del luogo di lavoro.
I taglieggiatori sono brasiliani e anche italiani (piccola delinquenza locale: ognuno controlla la propria zona e pretende intorno alle 100.000 L. a testa per sera, che riscuote attraverso altri brasiliani (evitando l'intervento personale).
Normalmente, per quanto riguarda i brasiliani, la causa dell'espatrio e la venuta in Italia in cerca di "miglior fortuna" va individuata nello stato di degrado delle aree urbane da cui provengono (Rio e S. Paolo in particolare).
L'assunzione di droga è comune a quasi tutti (per sopportare le condizioni climatiche o comunque "reggere" i ritmi di lavoro). Gli interventi dell'Ufficio Stranieri si sono concretizzati, sotto il profilo preventivo, in servizi di controllo (accompagnamento massiccio e foglio di via o espulsione: spesso sbarcano a Lisbona e rientrano, nel modo prima descritto.
Sotto il profilo repressivo, gli interventi più recenti sono quelli dell'estate '89, con l'arresto di un taglieggiatore operante nella zona di V.le Abruzzi (si trattava di un travestito brasiliano insieme al suo convivente italiano: sono stati processati col rito direttissimo e condannati alla pena di sei anni di reclusione per estorsione, rapina e sfruttamento della prostituzione in danno di connazionali).
In V.le Marche sono stati arrestati sei italiani ed una brasiliana, condannati per estorsione, sfruttamento e detenzione di sostanze stupefacenti.
Negli annali si ricordano due processi piuttosto significativi (più che altro per il numero degli imputati), celebratisi un paio di anni fa, quasi contestualmente. Il primo vedeva imputati alcuni transessuali italiani, accusati di estorsione in danno (in particolare) di un transessuale sudamericano; il secondo si è celebrato a carico di diversi transessuali italiani (arrestati nel corso di una "manifestazione di protesta" contro i "colleghi" stranieri), accusati di avere aggredito quella stessa straniera (che poi era stata, a sua volta, imputata per il reato di calunnia). Anche se si tratta di dati parziali e discutibili (l'ho già sottolineato e lo ribadisco), preferisco omettere ogni commento: certi fatti sono molto più eloquenti di qualsiasi parola.

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Atti del convegno organizzato dal Centro Progetti Donna su: Transessualismo - identità sessuale e ruolo sociale - Milano 27 gennaio 1990 
 
 
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